Referendum Giustizia, il fronte del No traballa: nei sondaggi cresce il Sì
A poco più di nove settimane dal voto, salvo colpi di scena giudiziari, l’aria che tira non lascia spazio a molte illusioni per il fronte del No. La sinistra avverte l’odore della sconfitta, i sostenitori contrari alla separazione delle carriere dei magistrati iniziano a incassare i primi colpi. L’ultima Supermedia YouTrend per Agi è un macigno: il 58,9% degli italiani è pronto a votare Sì alla riforma costituzionale della giustizia che approderà alle urne il 22 e 23 marzo, contro un 41,1% di contrari. Ma è il trend a rendere il quadro ancora più inquietante per chi spera nel No: rispetto alla rilevazione del 12 dicembre scorso, i favorevoli crescono di 2,2 punti percentuali, mentre i contrari arretrano della stessa misura. Alla base di questo spostamento, secondo gli analisti, c’è un sentimento semplice: la stanchezza degli italiani verso una giustizia percepita come lenta, autoreferenziale e politicizzata.
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È su questo terreno che il fronte del Sì sta costruendo il suo vantaggio. Di fronte a un quadro che si fa sempre più ostile, persino l’Associazione nazionale magistrati (Anm) sembra aver imboccato la strada della ritirata strategica. La decisione di rinunciare alle proteste durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario sembra chiudere una stagione di mobilitazioni che, nei fatti, si è rivelata un boomerang. Giacomo Rocchi, presidente della Prima sezione della Corte di Cassazione e socio fondatore del Comitato “Sì Riforma”, non usa mezzi termini: «Scioperi, gesti simbolici e uscite dall’aula non hanno prodotto risultati concreti. Hanno solo rallentato un sistema già in difficoltà, senza dare risposte ai cittadini. Il Parlamento ha lavorato sul merito, l’Anm ha scelto lo scontro». Poi la stoccata finale, che pesa come una sentenza: «Sul referendum emerge una doppia verità: mentre in pubblico si protesta, nel segreto dell’urna molti magistrati voteranno Sì». Il cambio di passo è evidente anche nelle parole del presidente dell’Anm, Cesare Parodi, che archivia i toni barricaderi e apre al dialogo con il governo: «Siamo disponibili a parlare su tutto, a partire dai temi che ci riguardano direttamente». In altri termini, sembra essere passati dal muro contro muro al tavolo delle trattative. Vedremo.
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Di certo il colpo più duro per il fronte del No arriva dall’interno della magistratura stessa. È diventato virale il video di Nicola Gratteri, che dopo aver sostenuto in passato la separazione delle carriere, oggi la definisce “pericolosa” e capace di “sottomettere i pm”. Nel video, Gratteri sposta il bersaglio: «La vera riforma da fare è quella del Consiglio Superiore della Magistratura. Bisogna ridurre lo strapotere delle correnti. Il sistema migliore è il sorteggio puro, anche a costo di cambiare la Costituzione». Un ragionamento radicale, che però finisce per indebolire la narrazione del No, alimentando il sospetto che l’opposizione alla riforma nasconda motivazioni più corporative che istituzionali. Il vero nodo che rischia di impigliare l’intera consultazione, però, potrebbe non essere il merito ma il calendario. Il governo ha fissato il voto di marzo sulla base dei referendum parlamentari. Ma un comitato di 15 cittadini e giuristi per il "No" ha presentato ricorso sostenendo che votare a marzo impedisca di integrare la richiesta parlamentare con quella popolare, dato che la raccolta firme scade a fine gennaio. Il primo round al Tar del Lazio ha dato ragione all’esecutivo, che non dovrà sospendere il voto. Ma il 27 gennaio si entrerà nel merito. Se i giudici amministrativi dovessero ribaltare la decisione, tutto slitterebbe, precipitando in un limbo di cavilli, ricorsi e rinvii.
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