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Referendum sulla giustizia, così gli amici di Hannoun fanno campagna per il No
Una riforma attesa da trent’anni. Che riscriverà le regole democratiche del nostro Paese e consentirà di aumentare i livelli di sicurezza nelle nostre città. E renderà più complicato, alle toghe rosse, bloccare le decisioni politiche del governo in tema di immigrazione clandestina. Il dibattito sul referendum del prossimo 22 e 23 marzo si arricchisce delle esternazioni di Brahim Baya, un credente musulmano molto noto sui social, diventato famoso per i suoi sermoni anti Israele, perla sua amicizia con l’imam di Torino Mohamed Shahin e con Mohammad Hannoun, arrestato con l’accusa di aver finanziato Hamas.
Baya ha deciso ieri di esternare tutta la sua rabbia nei confronti del governo di centrodestra. Nulla di sorprendente, sia chiaro. A noi de Il Tempo è chiaro da mesi che l’Islam estremo voglia la sinistra al potere. Nella propria pagina Facebook Baya ha spiegato perché un buon musulmano (che vive nello Stivale) deve andare a votare al referendum e tracciare la croce sul no. «La Presidente del Consiglio, nella conferenza stampa di inizio anno, ha scelto di attaccare frontalmente la magistratura. Mette in discussione un principio cardine dello stato di diritto: ovvero la separazione dei poteri». Nel girato Bay ha tenuto una vera e propria lezione su Montesquieu e sulla Costituzione Italiana, che evitiamo ai nostri lettori. Si fa poi esplicito riferimento al passaggio nel quale il Presidente del Consiglio parla di Shahin. «La polizia ne dimostra la pericolosità per i suoi contatti jihadisti, il ministro Piantedosi ne dispone l’espulsione e l’espulsione viene bloccata».
Apriti cielo: Baya su questa (doverosa) presa di posizione del Premier italiano ha alzato i toni. «Nel caso di Shahin, la magistratura ha semplicemente applicato la legge. E ha chiesto al governo di dimostrare le accuse. Accuse che non sono mai state dimostrate, perché non esistono. I giudici hanno riconosciuto che c’è una persecuzione politica nei suoi confronti». Shahin è l’imam egiziano del quartiere torinese di San Salvario, arrestato a novembre, dopo che il Viminale aveva emesso un decreto di espulsione a suo carico, accusandolo di avere posizioni radicali.
Baya, non soddisfatto, ha poi parlato del 22 e 23 marzo. «Siamo a pochi mesi dal referendum che punta a ridurre l'autonomia della magistratura e rinforzare il controllo dell'esecutivo. Da alcune dichiarazioni della Meloni e di Galeazzo Bignami è chiaro che l’islamofobia verrà usata come leva politica per giustificare una riforma che indebolisce l'indipendenza dei giudici». Il girato, come dubitarlo, si è chiuso con l'immancabile «Free Palestine».
Il Baya-pensiero ha suscitato l’indignazione di molti esponenti di centrodestra. «Tenetevi forte e ascoltatelo bene - ha scritto sul proprio profilo Facebook l'europarlamentare di FdI Carlo Fidanza - tra le fila dei no al Referendum sulla giustizia mancava soltanto Brahim Baya, l’Imam di Torino che si è lanciato in una ridicola lezione di diritto invocando, tanto per cambiare, la presunta islamofobia del governo Meloni. Volevate un (ulteriore) motivo per votare sì? Eccolo».
Perentoria anche la presa di posizione del sottosegretario Alessandro Morelli. «Ormai la sinistra e l’islam radicale vanno proprio a braccetto. Un imam torinese, Brahim Baya, vicino a Mohamed Shahin e Mohammad Hannoun, ha schierato i suoi fedeli per il no al referendum sulla giustizia e parlato di un islamofobia imperante in Italia. È curioso vedere certe critiche proprio da chi utilizza parole d’odio e inneggia alla jihad».