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Ue, il ritorno di Draghi e il piano per il dopo Ursula: "Servono novità radicali"

Filippo Caleri
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SuperMario Draghi è tornato. È sceso in campo con il suo stile. Parole pesanti come pietre che indicano una strada, forse l’unica, per non far fare all’Europa la fine del vaso di coccio stretto tra quelli di ferro di Usa e Cina. Dalle prime battute del suo discorso ieri alla conferenza sui diritti sociali, a Le Hulpe fuori Bruxelles, per dare qualche anticipazione del rapporto sulla competitività europea, si capisce che parla da statista della nuova Europa. Il punto focale del suo speech è, infatti, la ricerca di una maggiore integrazione fra i Ventisette. Anche a costo di scavalcare i Trattati. Un punto fondamentale. Sì perché l’economia si rafforza solo se la politica crea le premesse perché le decisioni abbiano l’impatto necessario a cambiare. Ma come si fa se resta in auge il principio del voto all’unanimità? Semplice. L’ex presidente del consiglio ha esortato a non ritardare le risposte fino alla prossima modifica dei Trattati: «Per assicurare coerenza tra i diversi strumenti politici, dobbiamo essere in grado di sviluppare un nuovo strumento strategico per il coordinamento delle politiche economiche. E se arriviamo alla conclusione che non è fattibile, in alcuni casi specifici dovremmo essere pronti a considerare di andare avanti con un sottogruppo di Stati, ad esempio andando avanti sull’Unione dei mercati capitali per mobilitare gli investimenti». Insomma chi ci sta va avanti. Chi non se la sente seguirà dopo. Non si può perdere tempo. Perché solo un’Europa più unita sul piano delle regole, della finanza e della difesa sarà in grado di resistere all’assedio delle economie emergenti come la Cina o di quelle egemoni come gli Stati Uniti. «Oggi - dice l’ex premier - investiamo meno in tecnologie digitali e avanzate rispetto a Stati Uniti e Cina, anche per la difesa, e abbiamo solo quattro attori tecnologici europei globali tra i primi 50 a livello mondiale». Manca una strategia su come proteggere le nostre industrie tradizionali da un terreno di gioco globale ineguale causato da asimmetrie nelle normative, nei sussidi e nelle politiche commerciali.

Nei toni del suo discorso la potenza delle parole. L’esortazione a fare presto è simile come portato ideologico al celebre «Whatever it takes». Una scossa all’Europa sulla scorta di quella che salvò l’euro dalla sua distruzione. Davanti al mondo che «sta cambiando», l’Unione ha bisogno «di un cambiamento radicale» e di agire unita «come mai prima». Le parole dell’ex presidente di Eurotower hanno anche scosso la politica nei palazzi europei. Per molti, infatti, la sue parole sono state interpretate come la presentazione della sua candidatura alla presidenza della Commissione o, in alternativa, a quella del Consiglio europeo. Nessun commento ma molti sottotraccia osservano come lo scenario per la il bis di Ursula von der Leyen sia diverso rispetto a solo qualche mese fa. Il presidente Macron ha espresso la sua preferenza per un presidente della Commissione super partes, leggi SuperMario. Meloni, sull’ipotesi Draghi, ha mantenuto la cautela, nessuna apertura ufficiale, per ora. Dall’Italia, però, un netto endorsement è giunto da La Russa. «Draghi ha i titoli per ambire ad ogni ruolo», ha sottolineato il presidente del Senato. E sul suo nome è pronto a convergere anche chi sembra sempre in contrasto con Bruxelles. «Non so se sarà presidente ma è bravo, mi piace» ha chiosato il presidente ungherese Viktor Orban.
 

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