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Mario Draghi non si è accorto della polveriera Balcani: altra perdita dopo la Libia

Luigi Bisignani

Caro direttore, Draghi profeta solo in patria. In Libia non contiamo più nulla e nei prossimi mesi, sotto la nostra totale sinecura, anche i Balcani rischiano di esplodere in una guerra fratricida più destabilizzante di quella in Ucraina. Quando Draghi parla, con malcelato orgoglio, dell’accresciuta credibilità internazionale del suo governo, nessuno gli chiede come mai cotanta credibilità non sia servita a giocare almeno queste due partite estere dove, storicamente, l’Italia ha sempre svolto un ruolo primario. In Libia impazza da anni una guerra civile, mentre sui Balcani SuperMario e i suoi colleghi europei non hanno minimamente ascoltato il grido d’allarme di Milo ĐDjukanovic, presidente del Montenegro che, con lungimiranza e visione, si batte da tempo per avvicinare quell’area all’Unione Europea. A Madrid ha dichiarato: «I Balcani occidentali sono seriamente scossi e non stabili e questo è successo perché l’UE e la Nato non sono stati politicamente attivi quanto avrebbero dovuto». Secondo diversi rapporti, redatti nel quartier generale del Comando Alleato, che si trova vicino a Mons, in Belgio - e che anche l’Aise sta valutando con grande attenzione - sarebbe ormai prossimo un attacco della Serbia contro il Kosovo. Nel caso ciò avvenga si rischia di avere un effetto detonatore incontrollabile in tutta la regione dei Balcani occidentali, con la conseguenza di accrescere l’influenza russa soprattutto nei Paesi che non fanno parte della Nato. Conflitti e focolai di crisi dunque, che si moltiplicano di giorno in giorno.

 

  

 

Per ora, a farne le spese è la Via della Seta di Xi, la cui attuazione è stata troncata di netto dalla guerra in Ucraina, dai «muscolarismi» nei Balcani e dal frenetico protagonismo di Erdogan. Se l’Italia di Draghi non ha raccolto le preoccupazioni per la situazione dei Balcani, come si comporterà l’Italia della Meloni? Qualche indizio c’è già. Il responsabile esteri di Fratelli d’Italia, il biellese Delmastro Delle Vedove, ha detto in Parlamento che c’è un nesso tra l’adesione di Svezia e Finlandia e il nuovo ruolo che l’Italia è chiamata a svolgere nella Nato. Per il fedelissimo della Meloni, Svezia e Finlandia si aggiungono a quei Paesi che presidiano il fianco euro-orientale della Nato, mentre l’Italia è destinata a giocare un ruolo-chiave di hub energetico. Il gas e il petrolio arriveranno da Sud mentre i gasdotti attraverso i quali il gas ci raggiungeva da Nord-Est funzioneranno all’inverso (reverse flow). Ma come si pone Fratelli d’Italia rispetto al caos balcanico? A Trieste, un tempo la nostra porta sui Balcani, la destra, dal MSI ad Alleanza Nazionale, andava forte. C’era un periodo, non lontano, in cui di Balcani si occupavano, molto e bene, personaggi della destra italiana e, ancora oggi, sono molti quelli che vorrebbero Belgrado nella Nato. Su questo punto FdI è ancora silente, ma le dichiarazioni europeiste e filoatlantiche della Meloni sono una garanzia. Una partita di politica estera delicatissima per Giorgia, se mai andrà a Palazzo Chigi, che avrà bisogno di un ministro degli Esteri che conosca alla perfezione le logiche della diplomazia e, di certo, non un manager focalizzato solo sull’energia come l’Ad dell’Eni Claudio Descalzi.

 

 

I vertici di Eni hanno influenzato per decenni le scelte politiche perché un paese assetato di energia estera come il nostro doveva trovare nuove fonti di approvvigionamento, pena la tenuta dell’assetto economico e politico dell’intera Nazione. La società di Stato procurava volumi di idrocarburi e con essi il prezzo dell’energia scendeva: calando il prezzo pace sociale e crescita del Paese erano garantite. Questo delicato equilibrio si è rotto con la pubblicazione dell’ultima semestrale di Eni: 7 miliardi di euro di utili in parte determinati dalla bolletta energetica per il Paese che crescerà fra i 68 e gli 81 miliardi nel 2022. Eni, dunque, non rappresenta più la sicurezza energetica nazionale e gli interessi dei suoi azionisti, in gran parte privati, non sono più sovrapponibili a quelli dello Stato italiano. I viaggi di Descalzi insieme al «neo-suicida» ministro degli Esteri Luigi Di Maio in Congo, Angola, Mozambico e Algeria non sono serviti a produrre effetti concreti sul prezzo dell’energia e sulla certezza degli approvvigionamenti. Se così non fosse, perché Eni non ha ancora chiuso i contratti di fornitura con clienti storici che includono grandi utilities del Nord Italia? Se tutto il gas promesso fosse già arrivato, anche quello dall’Algeria, perché il governo italiano ha stanziato 6 miliardi di euro affinché Snam completasse gli stoccaggi? Soldi che sono serviti a pagare il gas «un botto», come dice lo stesso ministro dell’Energia e che pagheranno, in bolletta, gli italiani. Perché l’Eni non ha stoccato più gas che, a suo dire, avrebbe in abbondanza?

 

 

La verità è che la matematica dei volumi non torna e non torna neanche nel «piano gas» presentato da Cingolani, già pronto a salire sul carro dei probabili vincitori. Vedremo, a settembre, quante utilities italiane dichiareranno di non avere la certezza delle forniture di gas per i mesi successivi quando arriverà il freddo e vedremo come farà Snam a coprire lo sbilanciamento della rete. E, soprattutto, leggeremo la bolletta di luce e gas e a quel punto, gli italiani non avranno nemmeno più la scelta tra la pace o i termosifoni caldi.