fine della democrazia liberale

La cultura umanistica per aiutare i giovani a non diventare robot

Benedetta Frucci

I giovani di oggi, secondo un'analisi di Beppe Grillo, sono una generazione socialista. Grillo lo spiega evidenziando come il sentimento anticapitalista pervada molti movimenti appoggiati dalle nuove generazioni, dal Black Lives Matter all'ambientalismo di Greta Thunberg. È consapevole del fatto che il socialismo è tramontato ma intravede l'emergere di una nuova ideologia non dissimile. Teorizza un superamento della democrazia liberale e propone - guarda un po'- come possibile modello per il futuro il sistema cinese: un sistema che lui stesso, senza alcuna ipocrisia, definisce autocratico. Il ragionamento è passato sotto silenzio o ha suscitato al più critiche superficiali e indignazione. Il problema di fondo è che Beppe Grillo ha ragione e derubricare come ha fatto qualcuno quel ragionamento a un delirio è il modo migliore per dare benzina a chi, come lui, auspica la fine della democrazia liberale.

 

  

 

Per capirlo, basta spostare lo sguardo verso gli Stati Uniti e la Gran Bretagna e guardare come la cancel culture abbia pervaso ormai qualunque ambito della cultura e dell'espressione nel suo complesso. Nelle università, dove i docenti che non si allineano vengono licenziati o costretti alle dimissioni. Nel cinema dove basta una vaga accusa di molestie a stroncare intere carriere o a censurare pellicole, come Via col vento o i classici Disney, politicamente scorrette. Nella letteratura non va meglio: si pensi al caso di J.K. Rowling, autrice di Harry Potter, cancellata dallo speciale in occasione dei 20 anni del maghetto e ghettizzata per le sue opinioni sulla transessualità. Lo stesso è accaduto per le opere teatrali e perfino per il balletto, ad esempio quando a Berlino si è deciso di vietare lo Schiaccianoci perché «razzista». L'ambito della moda è stato uno dei primi ad adeguarsi alla nuova dittatura del pensiero unico: cancellando blogger troppo bianche, troppo eterosessuali e troppo magre come Leandra Medine di Man Repeller, o le modelle di Victoria's Secret, colpevoli di rispondere ai canoni di perfezione attualmente in voga. Ancora, ci si è accaniti sul linguaggio, colpevole di non essere abbastanza inclusivo: dallo schwa, il pronome neutro, al ridicolo uso degli asterischi che sostituiscono la vocale femminile o maschile, alle linee guida per una comunicazione inclusiva preparate dall'Unione europea che suggerivano di cancellare la parola Natale per non offendere le culture differenti. L'elenco sarebbe ancora lungo, ma come non citare il «reato» di appropriazione culturale, che avviene qualora uno sventurato osi acconciarsi la capigliatura con le treccine tipiche degli afroamericani, senza avere la pelle scura.

 

 

Sul fronte dell'ambientalismo la situazione non è diversa: il green è diventato una religione che troppo spesso si accompagna, esattamente come la cancel culture, al disprezzo del capitalismo e della crescita economica. Quello che viene messo alla sbarra è lo stile di vita occidentale nel suo complesso: dalla libertà economica a quella d'espressione. E va da sé che colpire l'una significa colpire l'altra, perché le democrazie liberali sono legate in modo indissolubile all'economia di mercato. Grillo ha molta ragione quando dice che questa nuova cultura è predominante fra i giovani, così come, se non si prendessero doverose contromisure, ne potrebbe avere quando predice l'applicazione all'Occidente del modello cinese. Per comprenderlo, basta osservare il meccanismo principe della cancel culture: la gogna. Essa nasce dai social, predominio dei giovani. Le nuove generazioni sono preda del pensiero breve, del Tik Tok da 1 minuto, del tweet che in pochi caratteri esprime la sentenza. L'informazione è affidata a pagine Instagram che guardano all'engagement più che al contenuto, i quotidiani sono in crisi. Gli influencer si infiltrano in questo sistema a metà fra il marketing e la politica e lo cavalcano. E la gogna social si sposta nella realtà producendo effetti devastanti: licenziamenti, emarginazione per chi ha osato essere politicamente scorretto.

La stessa gogna a cui hanno esposto, pochi giorni fa, dei cittadini accusati di crimini in Cina, più probabilmente dei dissidenti. La protesta delle nuove generazioni che porta a cavalcare la cancel culture non può essere ignorata, ma prima di incasellarla nel classico disagio economico e sociale va ricordato che, se in origine, come nel caso del movimento Black lives matter, essa nasce senza dubbio in una condizione di emarginazione sociale e diseguaglianza data principalmente dalla povertà, occorre anche ricordare che è stata cavalcata da consistenti pezzi di establishment. Il problema da porsi è come arginare la deriva e impedire che l'Occidente si cinesizzi. Una soluzione d'equilibrio dovrebbe contenere le diseguaglianze senza comprimere la libertà economica e investire in modo consistente nella cultura. Rafforzare le identità attraverso la lettura, l'approfondimento, il culto della libertà. Ripartendo dalle scuole. Da Millennial che guarda con preoccupazione alle spinte illiberali e al vuoto culturale presente fra le nuove generazioni, lancio una proposta: accanto all'informatica, si inserisca l'insegnamento del latino obbligatorio in tutte le scuole medie. Perché le nuove tecnologie sono una sfida meravigliosa, ma è il pensiero che ci distingue dai robot, le nostre radici che costituiscono la nostra identità.