deriva del sistema

Il nuovo inquilino del Colle cruciale per cambiare la giustizia

Benedetta Frucci

La vicenda della richiesta di sottoporre a perizia psichiatrica Silvio Berlusconi, un uomo delle istituzioni, più volte Presidente del Consiglio, dimostra la totale deriva in corso nel sistema giustizia.

Siamo di fronte, nei fatti, a un potere dello Stato letteralmente deviato che tenta dai tempi di mani pulite di sovvertire l’ordine democratico utilizzando inchieste e sentenze per eliminare politici sgraditi, in cui le correnti tutto possono e tutto decidono.

  

 

Il caso Berlusconi è forse il più enorme: sottoposto a 90 processi, per un totale di 3.800 udienze, tutti tranne uno- su cui molto ci sarebbe da dire-finiti nel nulla. Una vera e propria persecuzione, a cui si aggiunge uno sperpero di denaro pubblico senza pari. 

Risorse dei cittadini utilizzate per cercare di sovvertire il voto popolare, per portare in carcere l’uomo che nella seconda Repubblica ha detenuto il consenso della maggioranza degli italiani.

 

Poi, quando le fortune elettorali del Cavaliere sono venute meno, si è tentato di fare lo stesso con Matteo Salvini, fra processi e accuse totalmente prive di fondamento, primo fra tutti quello per sequestro di persona, in cui si è sfacciatamente concretizzato quello che è lo scopo di questa parte della magistratura politicizzata, vale a dire sostituirsi alla politica incidendo sul Governo del Paese e pretendendo di decidere come può e non può agire il ministro dell’Interno.

Similmente si è mossa nei confronti di Matteo Renzi, in un accerchiamento kafkiano: uno stesso Pm, Luca Turco, che indaga (e arresta) i suoi genitori, la sorella, il cognato, per poi arrivare a lui e ai suoi finanziatori, tentando di fatto con quest’ultima mossa di uccidere nella culla la sua creatura politica, Italia Viva. 

 

Resta ad oggi apparentemente immune Giorgia Meloni, per il semplice fatto che, sedendo all’opposizione, non appare come un affare urgente per questa parte di magistratura deviata, ma anzi, erodendo il consenso di Matteo Salvini, il nuovo grande nemico, non risulta utile al disegno sovversivo.

In questo scenario, appare chiaro come un ruolo chiave sarà giocato dalla figura del nuovo Presidente della Repubblica.

Quello che i partiti dovrebbero fare, nel concordare il nome del nuovo inquilino al Quirinale, è cercare una figura pronta a sostenerli nella riforma della giustizia ma anche nel porre un freno al delirio di certe procure.

Il garantismo, unito a una certa dose di coraggio, dovrebbe costituire l’elemento dirimente nella scelta: finché infatti lo strapotere delle procure non sarà limitato, la politica vivrà con la spada di Damocle delle inchieste sopra la testa e, quindi, qualunque disegno ne sarà condizionato.

In una logica di questo tipo, il nome di Sergio Mattarella appare inadeguato: se infatti ha dimostrato grandi doti di arbitro nel gestire le crisi di questa legislatura, non è stato e non sarebbe un buon alleato della politica al fine di realizzare una riforma della giustizia completa. Non ha sciolto il Csm quando doveva essere fatto, all’indomani dello scandalo Palamara, e non si è pronunciato neppure una volta sui palesi casi di politicizzazione delle inchieste, a partire dal caso Open, quando la procura ha ordinato a decine di finanzieri di perquisire le case dei finanziatori di Matteo Renzi all’alba, per poi essere sconfessata dalla Cassazione.

 

Al contrario, il nome di Silvio Berlusconi sarebbe un segnale fortissimo, la chiusura della stagione giustizialista, ma richiederebbe uno slancio di coraggio da parte della politica forse eccessivo.

Piuttosto, il Cavaliere dovrebbe puntare alla nomina a senatore a vita, come proposto dalla deputata ex forzista Micaela Biancofiore, a cui nessuno, se non un Movimento Cinque Stelle ormai alla deriva, avrebbe interesse ad opporsi; per poi lavorare, con il centrodestra, Italia Viva e magari quella fetta garantista di Pd, all’elezione di un Presidente della Repubblica capace di restituire dignità alla magistratura e indipendenza alla politica.