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Stop al cashback. Draghi incenerisce l'ultima eredità di Conte

Franco Bechis

Regressiva, inutile, in grado solo di favorire i benestanti, penalizzando invece la popolazione meno abbiente. Una misura che costa 4,5 miliardi di euro allo Stato e di cui non sembra evidente alcun tipo di ritorno, meno che meno quello di una riduzione dell'area di evasione fiscale. Sono bastati cinque minuti a Mario Draghi in consiglio dei ministri per seppellire il cashback di Giuseppe Conte e Rocco Casalino e fare ammutolire Fabiana Dadone, che poverina aveva annunciato sui social la grande battaglia che avrebbe dato nell'occasione e invece è stata zitta trattenendo pure il respiro per evitare una figuraccia. Per sei mesi l'Italia ha buttato via miliardi di euro solo grazie a Casalino che cercava di lucidare l'immagine già appannata e ormai esangue di Conte: soldi di tutti sprecati solo nella speranza di fare crescere artificialmente i “like” all'ex premier.

  

Faceva ridere anche con una certa amarezza vedere - ovviamente sempre sui social - la ministra delle politiche giovanili Dadone impartire lezioni di economia a uno come Draghi e pure sparare una sonora castroneria sostenendo che nel 2020 (era durato 20 giorni soli) il cashback aveva portato 1,2 miliardi di euro in più nelle casse dello Stato. Ieri il presidente del Consiglio con pazienza ha spiegato che la “misura  rischia di accentuare la sperequazione tra i redditi, favorendo le famiglie più ricche, con una propensione al consumo presumibilmente più bassa” e che “non esiste alcuna obiettiva evidenza della maggiore propensione all’utilizzo dei pagamenti elettronici da parte degli aderenti al Programma. Quasi il 73 per cento delle famiglie già spende tramite le carte più del plafond previsto dal provvedimento. È invece improbabile che chi è privo di carte o attualmente le usa per un ammontare inferiore al plafond possa effettivamente raggiungerlo, perché la maggior parte di loro non può spendere quelle cifre”.

Sostanzialmente il piccolo premio sulla spesa elettronica è tornato indietro a chi non ne aveva alcun bisogno, e non ha portato alla luce nulla del sommerso perché carte di credito e bancomat sono state usate da chi già le usava. Semplicemente erano ben contenti di ricevere indietro i 150 euro a semestre promessi da Casalino e Conte. Draghi ha messo una pietra sopra la propaganda a cinque stelle sostenendo che “è probabile che le transazioni elettroniche crescano per effetto del cashback soprattutto in settori già a bassa evasione, come la grande distribuzione organizzata che, secondo l’Istat, assorbe quasi la metà della spesa al dettaglio, piuttosto che in quelli critici”.

Una piccola lezione di economia ha chiuso il caso, e ne serviranno altre forse più impegnative per sciogliere le scorie di quella inutile propaganda degli ultimi anni che ha messo a rischio le finanze pubbliche senza mai aiutare davvero chi ne ha bisogno. Bisognerà presentare la fattura a Conte e al suo gruppo di ineffabili e ignoranti sostenitori dei risultati netti di molte altre sue misure, dai bonus vacanza a quelli monopattino, come dell'uso indecente dei soldi pubblici fatto dal premier e dal suo fido Domenico Arcuri nella peggiore gestione della emergenza sanitaria vista in giro per il mondo.

Però la storia del cashback deve suonare a monito per un po' tutti, non solo per i grillini che l'avevano cavalcata. Perché vale anche per partiti di centrodestra e di centrosinistra il richiamo a un minimo di serietà quando si affrontano temi che riguardano le finanze pubbliche e le tasche degli italiani. So che la maggioranza di Draghi è piuttosto eterogenea, e lo si è visto bene ieri nel documento faticosamente messo a punto dalle commissioni finanze del Parlamento per indirizzare la prossima riforma fiscale, per cui il governo eserciterà entro fine luglio una delega. In economia si fanno danni a fare mediazioni fra visioni opposte, perché il risultato finale è matematico: nessun provvedimento così potrà funzionare, e anzi quasi certamente complicherà la vita di tutti.

Il fisco è già appesantito notevolmente da mille scemenze inserite nel tempo, e non è che sostituendo quelle antiche con  altre più alla moda oggi potrà mai diventare più efficace ed efficiente. Semplificare la riscossione è sacrosanto, da anni si parla inutilmente per questo ti taglio alle tax expenditures, alla riffa di agevolazioni, micro e macro tassazioni, detrazioni e deduzioni via via inserite della legge.

Se oggi - senza per altro avere tagliato quasi nulla del passato - si infarcisce il sistema di mille altre per venire incontro alla Lega, al M5s, al Pd, a Forza Italia e ai loro mondi di riferimento, si fa sicuramente peggio. Basta con incentivi fiscali e agevolazioni, che agli occhi dei proponenti risultano sempre buoni ovviamente. Faccio un esempio: se è importante mettere regole ambientali rigide, si punisca chi le viola con sanzioni e la legge penale, ma non si incentivi con il fisco chi è più un pizzico più ambientalista di un altro.

Stessa cosa vale per l'altra grande bandiera del momento: la transizione digitale. Giusta, sacrosanta. Ma non si usi il fisco per questo. Altrimenti avremo altri cento bonus per fare contenti i colonnelli variopinti di questa maggioranza assai larga. C'è ne è uno ferrato in economia a palazzo Chigi. Intelligenza vorrebbe lasciare fare a lui, che se ne prenderà ogni responsabilità. E fare un passo indietro, almeno su questo visto...