ex giustizialisti

Il gesto di Di Maio toglie a Conte l'esclusività del dialogo col Pd

Benedetta Frucci

La lettera che non ti aspetti Luigi Di Maio la scrive al Foglio, rinnegando anni di giustizialismo e gogna mediatica che hanno portato, in un mix di populismo, odio sociale e giacobinismo, l’Italia a tingersi di giallo. Chiede scusa Di Maio e così facendo mette nero su bianco quel percorso verso la normalizzazione che l’ex capo politico del M5S ha iniziato da tempo.

 

  

 

 

 

Dietro quelle parole, diversi sono gli obiettivi. Da un lato, togliere lo scettro di punto di riferimento del dialogo fra Pd e M5S a Giuseppe Conte, il vero avversario del Ministro degli Esteri. E infatti Di Maio coglie al balzo il caso Uggetti, scegliendo non a caso un momento di estrema difficoltà dell’avvocato del popolo: impantanato nella guerra a Casaleggio, scomparso dai media, senza più le risorse e il decisivo potere che Rocco Casalino era in grado di esercitare da Palazzo Chigi, imprigionato in un movimento spaccato, Conte conserva solo l’ombra della sicumera di un tempo.

Dall’altro, accreditarsi come volto istituzionale del grillismo: se infatti non è possibile sapere oggi se quello del titolare della Farnesina sia un sincero ravvedimento, certo è che questa svolta lo accredita ufficialmente come interlocutore credibile per gran parte dell’arco parlamentare. Passare dalle parole ai fatti, non limitandosi a un maquillage comunicativo ma intervenendo in modo sostanziale sulla riforma della giustizia, non è in fondo necessario. Basta pensare che il Pd è ed è stato per anni considerato un partito istituzionale e affidabile, pur avendo nei fatti propugnato politiche giustizialiste. Le parole di Enrico Letta confermano quest’impostazione di garantismo di facciata: il suo «basta con la guerra fra giustizialismo e impunità», non è dissimile dal contiano «né garantisti né giustizialisti».

 

 

 

 

Un’impostazione culturale che parte dall’assunto che il garantismo non sia l’unico argine alla barbarie giustizialista - che giova ricordare essere l’unica visione contemplata dalle Costituzioni delle democrazie liberali - ma che sia sufficiente una spolverata di esso per rendersi presentabili agli occhi degli interlocutori istituzionali e politici. Per questo la svolta di Di Maio non lo porterà ad appoggiare i referendum promossi dai radicali, come ha chiesto Salvini, né a cancellare con un colpo di spugna la Bonafede o lo spazzacorrotti, ma più verosimilmente ad accettare la riforma della giustizia promossa da Marta Cartabia. Riforma che non sarà sufficiente probabilmente a colmare il vulnus democratico che affligge il Paese dai tempi di Mani Pulite ma che avrà un’impostazione certamente più garantista.

Quanto basta per ripulire la faccia e magari passare alla storia come colui che ha traghettato il Movimento dalle manette agitate in Parlamento ad una nuova istituzionalità dal volto rassicurante. Sono gli effetti del Governo Draghi, alla cui ombra si sono sfasciate e si ricompongono alleanze in vista del 2023. Per quella data nei Palazzi si immagina già un nuovo esecutivo che veda ancora insieme l’attuale maggioranza, composto da un Pd guidato dalla corrente dei sindaci, da una Lega che non accetta di essere seconda a Giorgia Meloni e sceglie la strada istituzionale, da un centro fatto da Calenda, Renzi e Forza Italia e un nuovo Movimento, guidato da Luigi Di Maio. Una maggioranza che vigili sull’attuazione del Recovery Fund e che porti l’Italia definitivamente fuori dalla crisi strutturale che la affligge da oltre un decennio e che condannerebbe Giorgia Meloni e Di Battista all’impotenza di un’opposizione perenne.