corsa al campidoglio

Veto M5s a Roma, Conte boccia Zingaretti sindaco e si sceglie Gualtieri

Daniele Di Mario e Fernando M. Magliaro

La corsa al Campidoglio segna la prima vera sconfitta nella vita politica di Nicola Zingaretti. Si riparte con Roberto Gualtieri che ufficializza la propria partecipazione alle primarie del centrosinistra in programma il 20 giugno per scegliere il candidato sindaco di Roma. Mentre Zingaretti non si muove dalla Regione, impallinato dal veto dei 5 Stelle, che in caso di candidatura a sindaco del governatore sarebbero usciti dalla giunta, facendo finire la neonata alleanza col Pd e condannando i Dem alla sicura sconfitta col centrodestra alle regionali. 

 

  

Finisce così, con una vittoria politica di Virginia Raggi e la sonora sconfitta del presidente della Regione Lazio, la lunghissima querelle sulla corsa a sinistra a candidarsi sindaco di Roma. 

L’Opa lanciata dalla Raggi ad agosto dello scorso anno sul mondo pentastellato alla fine è risultata più forte anche di Zingaretti, la cui corsa alla candidatura è naufragata ieri dopo che Giuseppe Conte e i due assessori grillini in Giunta regionale, Roberta Lombardi e Valentina Corrado, hanno spezzato - il primo appoggiando la Raggi, le seconde minacciando la crisi in Regione se Zingaretti si fosse candidato - la già non molto ferma decisone di Zingaretti di lasciare lo scranno alla Pisana per correre per Palazzo Senatorio.

 

Il secondo risultato politico è che, piegandosi i Dem per l’ennesima volta pur di salvare la traballante intesa col litigioso mondo grillino, finiscono per scegliere Roberto Gualtieri dopo averlo per giorni e giorni derubricato a riserva di Zingaretti, finendo per indebolirne la statura e l’appeal sull’elettorato e sullo stesso politburo romano e laziale del partito.

Insomma, il nodo politico delle ultime settimane alla fine si è sciolto: Zingaretti, sfruttando la legge che consente al presidente della Regione di rimane in carica anche candidandosi sindaco, avrebbe potuto accettare di correre per il Campidoglio a due condizioni. La prima, che i 5 Stelle regionali gli garantissero la tenuta della Pisana fino all’avvenuta elezione del sindaco. La seconda, alle regionali il tandem Dem-grillini avrebbe dovuto essere compatto per battersela ad armi pari con il centrodestra. E fra venerdì e sabato sembrava che i giochi fossero fatti: Zingaretti in corsa in Campidoglio e candidatura del viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, alla Regione.
Invece, nel giro di poche ore si rompe il quadro.

 

La giornata si apre con Sileri che dichiara l’indisponibilità a correre a governatore: finita l’esperienza al ministero e l’emergenza Covid - assicura - «tornerò a fare il medico. 

La seconda mazzata su Zingaretti la rifilano i due assessori grillini, il cui ingresso in Giunta sta avendo un prezzo politico davvero esoso. Dicono la Lombardi e la Corrado: «È innegabile il forte imbarazzo che una eventuale candidatura di Nicola Zingaretti per le Comunali di Roma porterebbe nella neonata alleanza regionale. La volontà di tutti è quella di non far naufragare l’intesa ancora in costruzione anche nel resto del Paese. Non possiamo ignorare che la situazione che si verrebbe a creare (uniti in Regione e avversari a Roma con Zingaretti come candidato e presidente) sfiorerebbe il paradosso. Noi siamo leali». Da capire se a Zingaretti in Regione o al diktat della Raggi in Comune: «È giusto - concludono Lombardi e Corado - che il Pd faccia le sue scelte per il candidato sindaco a Roma, ma ci auguriamo che queste scelte tengano conto del lavoro e dei progetti comuni che stiamo realizzando in regione e, quindi, non contemplino soluzioni che avrebbero, inevitabilmente, ripercussioni sulla tenuta dell’attuale maggioranza regionale e su scenari di future alleanze nel Lazio».

Giuseppe Conte ratifica e, in uno sforzo di capriolismo da vecchia Dc, conferma la scelta di Virginia Raggi: «Il Movimento 5 Stelle su Roma ha un ottimo candidato: si chiama Virginia Raggi, il sindaco uscente. Il Movimento l’appoggia in maniera compatta e convinta, a tutti i livelli». Poi il cioccolatino al Pd: «Dispiace che a Roma non si siano realizzate le condizioni per pianificare con il Pd una campagna elettorale in stretta sinergia. Ci auguriamo però che la loro decisione non metta in discussione il lavoro comune che da qualche mese è stato proficuamente avviato a livello di governo regionale, che merita di essere portato a termine fino alla fine della legislatura». Insomma, l’idea è conservare le poltrone in Regione e andare con la Raggi per il Campidoglio. Ultimo messaggio di Conte ai Dem: «La campagna elettorale che attende Roma sarà una sorta di primaria nel nostro campo, rispetto al campo del centrodestra. Dobbiamo agire in modo intelligente e fare in modo che in caso di secondo turno il dialogo privilegiato del Movimento con il Pd possa dare i propri frutti».

Sorrisi in platea all’idea che al ballottaggio la Raggi appoggi Gualtieri o viceversa.

Subito dopo Conte e i due assessori, a suggellare la propria vittoria politica arriva il tweet della stessa Virginia Raggi («Avanti uniti. Grazie del sostegno a Giuseppe Conte, al MoVimento 5 Stelle, a tutti coloro che si impegnano e si impegneranno per Roma») e di qualche esponente grillino. A sostegno della Raggi si notano l’ex ministro Lucia Azzolina, l’eurodeputato Massimo Castaldo, la senatrice Paola Taverna, i deputati Stefano Buffagni, Francesco Silvestri, Vittoria Baldino e Francesca Flati e il capogruppo grillino in Campidoglio, Giuliano Pacetti, che, ironia della sorte, è anche dipendente di Zingaretti alla Regione Lazio, dove lavora con l’assessore grillina Corrado.

A sinistra, lato Dem, a parte il tweet di Gualtieri («Mi metto a disposizione di Roma, con umiltà e orgoglio. Partecipo alle primarie del 20 giugno. Costruiamo insieme il futuro della nostra città: io ci sono») rilanciato con una sola parola («Roberto!») da Enrico Letta, le reazioni sono compassate: esulta la corrente franceschiniana romana, guidata da Bruno Astorre e Daniele Leodori che, con la controfirma di Andrea Casu, parla di «candidatura forte e autorevole». «Altissimo profilo» viene riconosciuto a Gualtieri da Base Riformista (Patrizia Prestipino e Mario Mei). Quanto a Letta, al di là delle dichiarazioni di maniera, il segretario Pd - che sin dal suo arrivo al Nazareno non è mai stato convinto dell’ipotesi Gualtieri e ha lavorato insieme col responsabile Enti Locali Franco Boccia all’operazione-Zingaretti - esce azzoppato dalla gestione del dossier-Campidoglio: i Dem sono riusciti in un colpo solo a «bollire» un ex ministro facendolo passare per rincalzo - peraltro facendo girare la voce di sondaggi non proprio esaltanti sull’ex titolare del Mef - e a «bruciare» il governatore del Lazio, peraltro ex segretario.

Un establishment, quello romano-laziale, cui al Nazareno saranno ben felici di addebitare il risultato di Gualtieri. Finisce qui.

L’unico candidato alle primarie a proferire parola è Tobia Zevi che nemmeno cita Gualtieri: «Finalmente si parte! Abbiamo un regolamento, una carta d’intenti, una coalizione e la data del 20 giugno. Ora abbiamo un obiettivo e una responsabilità: portare centomila romane e romani alle primarie e cacciare via una sindaca totalmente incapace».

Acuto il commento di Carlo Calenda, il terzo incomodo cui ora potrebbe aprirsi un’autostrada a sinistra: «Il candidato del Pd a Roma lo hanno scelto sostanzialmente i 5 Stelle, con il sostegno di Conte alla Raggi e minacciando di far cadere la Regione in caso di candidatura di Zingaretti. Alleati sinceri e affidabili. Benvenuto a Gualtieri. Dopo le primarie ci confronteremo».