Ministro nella bufera

Imprudente, ambiguo e scialbo: Roberto Speranza si deve dimettere

Andrea Amata

Il ministro della Salute Roberto Speranza dovrebbe dimettersi per restituire al Ministero che guida quel requisito di affidabilità che è stato annichilito da una gestione imprudente, ambigua e scialba. Questi tre aggettivi partecipano ad indicare il dolo politico del fallimento, ormai certificato, nei tre ambiti fondamentali della lotta al virus: quello dei vaccini, del piano pandemico e della strategia operativa nella campagna di vaccinazione. Il dissesto organizzativo che ne è conseguito, impattando sul rendimento generale del contrasto alla pandemia, è un lascito del governo Conte II a cui con fatica il premier Draghi sta tentando di rimediare.

 

  

 

In merito al piano vaccinale stiamo assistendo al caos generato dalla dose anglo-svedese di AstraZeneca su cui lo stigma dei nocivi effetti collaterali ha preso il sopravvento. Manca un chiaro nesso causale fra la somministrazione del siero di Oxford e i rarissimi casi trombotici, purtuttavia si registrano disdette di massa a causa della suggestione mediatica che lo ha avvolto nel pregiudizio. Il balletto delle autorizzazioni dell'Agenzia italiana del farmaco (Alfa), con il passivo contributo del ministro Speranza, ha disorientato i cittadini. Il 30 gennaio scorso l'Ente del farmaco autorizza l'inoculazione dai 18 anni, per poi il 2 febbraio limitarne l'uso alle persone fino a 55 anni. Il 23 febbraio il ministero della Salute estende la somministrazione fino ai 65enni per poi, il 19 marzo di concerto con l'Aifa, revocare i limiti di età. Ma ancora l'Agenzia del farmaco interviene il 7 Aprile proponendo l'uso preferenziale dai 60 anni, conferendo ulteriore incertezza ad una materia che dovrebbe essere maneggiata dalla stabilità cognitiva.

 

 

Sul piano pandemico non aggiornato si registrano ombre dense sull'operato del ministro Speranza con il suo capo di gabinetto a conoscenza delle pressioni del numero 2 dell'Organizzazione mondiale della sanità, Ranieri Guerra, sul ricercatore veneziano della divisione europea dell'Oms Francesco Zambon affinché modificasse il rapporto in cui documentava l'inadeguatezza nel fronteggiare il virus. Ranieri Guerra giustificava l'inerzia, rispetto al piano pandemico fermo al 2006, «perché non ci sono state variazioni sostanziali epidemiologiche, tanto meno indicazioni da parte dell'Oms di variazione del piano», ma le affermazioni autoassolutorie di Guerra sono state smentite dalla Procura di Bergamo che ha richiamato la pandemia del 2009 e del 2012, mutandosi pertanto il quadro epidemiologico, e le linee guida dell'Oms del 2013 e del 2017, nonché della Commissione europea, indirizzate alla revisione del piano. Dunque, contraddizioni plateali che hanno indotto i magistrati bergamaschi, che stanno indagando sulla gestione del coronavirus nella provincia che ha patito il più alto tributo di vittime, ad iscrivere nel registro degli indagati il direttore aggiunto dell'Oms, Ranieri Guerra, con l'accusa di false informazioni ai pm in relazione alla sua deposizione del novembre scorso.

In questi giorni sono state svelate delle chat compromettenti fra Guerra e Brusaferro, quest'ultimo presidente dell'Istituto superiore di sanità, in cui il 14 maggio 2020 il titolato membro dell'Oms rivendica il ruolo esercitato per far ritirare il documento «maledetto» di Zambon, che viene schernito insieme al suo team con l'epiteto degli «scemi di Venezia» ed evoca una comunicazione con il ministro Speranza a cui avrebbe rivolto le scuse per l'incidente mediatico provocato dal ricercatore veneziano. In una conversazione fra gli stessi soggetti del 18 maggio 2020 viene chiamato in causa il capo di gabinetto di Speranza, che avrebbe sollecitato di far cadere nel nulla il rapporto Zambon che inchiodava a responsabilità inconfutabili la condotta del ministero della Salute. Alla luce di quanto è emerso, e considerando che la gestione Speranza include in ogni suo aspetto scelte politiche e di struttura, il titolare del dicastero della Salute dovrebbe trarne le conseguenze e liberare dall'imbarazzo il premier Draghi che non perderebbe credibilità ad investire nella cultura del merito, continuando a coabitare con un ministro sempre più icona del demerito.