botta all'economia

Smartworking bocciato già ad aprile. Ma Conte ha tenuto tutti a casa

Dai verbali del Cts pubblicati dal sito della Fondazione Einaudi si colgono aspetti fondamentali circa la gestione della crisi Covid. Innanzitutto sullo smartworking. L’organismo di uomini di scienza che da mesi affianca il governo, nel verbale del 28 febbraio consigliava di estendere lo smartworking a tutta Italia, “fino al termine dello stato di emergenza, in quanto si tratta di misura coerente con la prioritaria esigenza di contenimento del virus”. Ebbene, però nel verbale del 9 aprile, ecco che, nelle Conclusioni, si scorge quello che può sembrare un cambio di rotta. Eravamo in piena chiusura, tuttavia il Cts osservava: “rilasciare il lockdown (manifatturiero, edilizia, commercio) aggiunge relativamente pochi addetti attivi e a relativamente basso rischio”. Dato che “le categorie ad alto rischio (sanità, personale domestico) sono già attive”. Tuttavia si leggeva: “Resta da capire come il rilascio del lockdown impatta sulla trasmissione in comunita`: trasporti, piu` commercio significa piu` persone che si muovono” e si rimarcava la necessità di proteggere gli over 60. Questo significa che dal Cts uno spiraglio per le riaperture già veniva creato, ma non raccolto dal governo (i negozi, per esempio, hanno riaperto il 18 maggio).

 

  

Una curiosità che emerge  dal verbale del 18 febbraio, poi, riguarda la mascherina. Attualmente dogma la cui violazione vale l’accusa di “negazionismo”, ma ecco come si esprimeva, a quel tempo, il Cts: “usare la mascherina solo se si sospetta di essere malato o si assiste persone malate”. Peraltro, la prescrizione riguardava solo Emilia Romagna, Lombardia e Veneto.