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Nar, Libano e Magliana In aula "Cecato story"

Nei verbali così lui racconta le gesta criminali

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Dalle scorribande militari in Libano con gli amici dei Nar al furto nel caveau della banca di Roma interno al Palazzo di Giustizia di piazzale Clodio, passando per i rapporti con quei "cialtroni" della Banda della Magliana. Mentre lui, convitato silente, imprigionato e insondabile nel monitor del collegamento video, ascoltava e osservava dal 41 bis del carcere di Parma, nell'aula bunker di Rebibbia ieri il processo a Mafia Capitale è stato incentrato, per larghi tratti, sulla ricostruzione della figura e della storia di Massimo Carminati. Il maggiore del Ros Massimo Di Gangi, testimone della procura costretto a procedere faticosamente tra le molte interruzioni dagli avvocati e qualche esitazione di troppo, ha tratteggiato il profilo e il pedigree criminale del "Cecato". Appoggiandosi, anche, a quanto emerge dalle non poche intercettazioni depositate agli atti del processo in cui Carminati con i suoi sodali e amici di una vita scivola volentieri nell'amarcord, rievocando le sue esperienze degli anni Settanta e Ottanta. Di Gangi ha citato per esempio un'intercettazione ambientale del 25 gennaio 2013, in cui nell'Audi di Carminati quest'ultimo parla con l'imprenditore Cristiano Guarnera dei suoi rapporti con Banda della Magliana. Rapporti definiti dal "Cecato" non organici ma di collaborazione. "Carminati raccontava che Claudio Giuseppucci è stato il suo unico capo all'interno della Banda della Magliana", ha riferito il maggiore del Ros, "tra l'altro vivevano a poche centinaia di metri. Riguardo a Giuseppucci precisava che dopo l'uccisione di quest'ultimo lui (Carminati n.d.r.) tenne a mantenere ulteriori rapporti con quelli che definiva dei cialtroni". Il disprezzo derivava anche dal fatto che il "Cecato" si definiva un "criminale politico, che rapinava le banche mentre gli altri facevano i soldi vendendo droga". Il 20 maggio 2013, parlando con Matteo Costacurta, il presunto boss di Mafia Capitale parla invece della sua stagione di militanza armata al gazebo del bar "Vigna Stelluti". Tra vari aneddoti, spunta anche la partecipazione con gli ex Nar e Pasquale Belsito e Alessandro Alibrandi a una missione in Libano nel 1981, "occasione di esperienza militare per il gruppo". Al suo interlocutore Carminati racconta anche, ha riferito Di Gangi, delle "modalità con cui espatriò grazie a non meglio specificate coperture". Per catturare i suoi interlocutori, per condizionarli, il "Cecato" attinge volentieri alla sua fama criminale. Nelle conversazioni degli amici e sodali, ha ricordato il testimone della procura, affiora anche il celebre episodio del furto nel caveau di piazzale Clodio per il quale è stato condannato a 4 anni. Il controesame del testimone, interrotto ieri, continuerà nella prossima udienza del 4 gennaio quando toccherà anche agli avvocati di Carminati (che hanno chiesto di potersi prima consultare con il loro assistito) interrogare il maggiore del Ros. Dopo le polemiche sollevate da diversi avvocati per il calendario troppo serrato ieri, vista l'assenza dei legali di tre imputati per i quali è stato necessario nominare dei sostituti d'ufficio, l'udienza è iniziata con circa tre ore e mezza di ritardo. Fortissima la tensione anche all'inizio dell'esame del maggiore Di Gangi. Dopo i ripetuti interventi a contestazione del legale di Salvatore Buzzi Alessandro Diddi il clima si è infuocato. "L'esame del pubblico ministero non può essere interrotto, gli avvocati lo stanno facendo per impedirne lo svolgimento, non voglio discutere con lei", ha sbottato il pm Cascini rivolto a Diddi. "Se vogliamo fare una gara a decibel sono pronto", ha risposto il legale prima che la presidente Rosanna Ianniello riportasse la calma.

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