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Minacce al Papa, preso il re dei kosovari

Smantellata cellula jihadista: comunicava anche attraverso social network Arrestati altri tre stranieri. Sul internet: "Questo sarà l'ultimo Pontefice"

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Un gruppo jihadista legato all'Isis definito dagli inquirenti «altamente pericoloso» con base logistica in Italia e che tra i suoi obiettivi aveva il Papa. Pesanti indicatori di fanatismo religioso che ancora una volta sono stati veicolati in Rete. Arresti e perquisizioni ieri in Italia e in Kosovo a carico di alcuni cittadini kosovari ritenuti responsabili dei reati di «apologia del terrorismo» e «istigazione all'odio razziale». Quattro le persone interessate dall'operazione «Van Damme», condotta della Polizia di Stato di Brescia, in collaborazione con la Polizia del Kosovo, che si è conclusa con un arresto in Kosovo, due espulsi e un destinatario di una misura di sorveglianza speciale per motivi di terrorismo tra la provincia di Brescia, Vicenza e Savona. Una vera e propria cellula jihadista, dunque, che «sul web si mostrava con armi e atteggiamenti caratterizzanti i combattenti del sedicente Stato Islamico». Nelle intercettazioni, infatti, compaiono parole di fuoco che inneggiano alla jihad, celebrano gli attentati in Francia avvenuti lo scorso 13 novembre e minacciano apertamente l'ex ambasciatrice degli Stati Uniti in Kosovo e il Santo Padre: «Ricordatevi che non ci sarà più un Papa dopo questo, questo è l'ultimo. Non dimenticatevi ciò che vi sto dicendo!». È l'Isis nel nostro Paese, con le sue ramificazioni tra Siria, Kosovo e Italia. Legami pericolosi e inquietanti che ancora una volta passano dalla filiera bosniaca. A finire nell'inchiesta della procura di Brescia, quattro soggetti già segnalati dall'intelligence che da tempo ha avviato un monitoraggio della Rete e non solo. Secondo fonti investigative de Il Tempo , infatti, su 1.500 soggetti segnalati a livello nazionale per una sospetta radicalizzazione, al momento 200 sono quelli seguiti con maggiore attenzione. Gli arrestati di ieri sono il kosovaro Imishti Samet, alias Huneli Samet, domiciliato a Chiari, in provincia di Brescia, e collegato con le filiere jihadiste attive nei balcani che fanno capo a Lavdrim Muhaxheri, uno dei combattenti più ricercati e pericolosi. Su Facebook proprio Imishti appariva in alcune foto con armi e in atteggiamenti inequivocabilmente legati allo Stato islamico. Proprio tramite il social network l'uomo aveva contatti con altri utenti provenienti da Kosovo e Macedonia, ma tutti da anni residenti in Italia tra Vicenza e Perugia: Arben Suma, Amir Rakipi e il fratello Ezval. Nei confronti di uno dei fermati è stata disposta, per la prima volta in Italia, la misura di sorveglianza speciale per terrorismo, su richiesta avanzata direttamente dal procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo. Il «leader» della cellula era Samet Imishti, che abitava a Chiari, dove faceva il muratore insieme al fratello, Ismail Imishti, espulso con un provvedimento del ministero dell'Interno. «Cercheremo di esaminare nel dettaglio tutti gli esiti delle attività operative di questa mattina (ieri, ndr)», ha chiarito il questore di Brescia, Carmine Esposito, che ha sottolineato come quella di ieri è «la prima volta che si fa ricorso ai nuovi strumenti repressivi in un'attività antiterrorismo disposti nel pacchetto di misure della legge approvata alla fine di quest'anno». Le indagini, non ancora terminate, sono partite nel 2014, attraverso il monitoraggio del web. Gli inquirenti hanno trovato un gruppo su Facebook, «Con te o senza di te il Califfato è tornato». Da qui Samet Imishti, l'unico arrestato in Kosovo, faceva con altri propaganda a favore dell'Isis. Un legame con il Califfato accertato, che avveniva in Rete. Proprio ieri la Cassazione ha stabilito, nelle motivazioni alla sentenza di conferma degli arresti domiciliari per Halil El Mahdi, autore del testo in italiano di esaltazione all'Isis, che è vietato fare propaganda al Califfato utilizzando il web.

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