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«In Vaticano i mandanti del rapimento Orlandi»

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A distanza di trent'anni dopo segnalazioni e denunce anonime ecco tutto il carteggio dei servizi segreti sul sequestro dei misteri

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Dossier probabilmente incompleti del Sisde, denunce, segnalazioni anonime e una pista: i mandanti del sequestro di Emanuela Orlandi sarebbero nel Vaticano. A distanza di 30 anni dal sequestro che ha segnato la stagione dei misteri italiani, continuano a saltare fuori nomi di insospettabili prelati che sarebbero a conoscenza della vicenda, ma su cui mancano riscontri investigativi. È il caso di monsignor Carmine Recchia – citato in una denuncia anonima – che negli anni '80 è stato responsabile dei Servizi interni dello Ior e braccio destro, assieme a monsignor Donato De Bonis, del tanto discusso Paul Marcinkus, il cardinale ritenuto da Sabrina Minardi, ex amante del boss Renatino De Pedis, mandante del sequestro.   L'enorme incartamento giudiziario della Procura della Repubblica di Roma continua a svelare retroscena di un'indagine durata tre decadi, ma che non ha consentito di chiudere il cerchio attorno ai mandanti e agli esecutori materiali del sequestro di Emanuela. Solo tanti spunti e fiumi di interrogatori che in parte hanno trovato conferma nelle indagini. L'ultima pista riguarda la Banda della Magliana, un'organizzazione che, tuttavia, sarebbe riuscita a farla franca anche alle indagini avviate nell'immediatezza dei fatti (22 giugno 1983) dall'allora servizio segreto, il Sisde.   I FASCICOLI DEL SISDE Negli archivi dell'Aisi (l'attuale servizio segreto interno) «non sono stati rinvenuti documenti – si legge negli atti - recanti elementi informativi che possano in qualche modo ricondurre la scomparsa di Emanuela Orlandi a esponenti della Banda della Magliana». Formalmente, dunque, la pista della criminalità organizzata non sarebbe mai stata battuta. Tutto ciò appare singolare, soprattutto se si legge una annotazione di polizia del 14 luglio 1982, su Danilo Abbruciati, storico esponente della Banda della Magliana ucciso a Milano nel tentativo di portare a termine nel 1982 l'omicidio di Roberto Rosone, vice presidente del Banco Ambrosiano. Stando alla Questura capitolina «l'Abbruciati, prima del suo decesso a Milano, era stato contattato dai servizi segreti e con essi pare avesse intrapreso un'attività di collaborazione fornendo notizie nell'ambito del terrorismo, specialmente di sinistra». Non può escludersi, dunque, una presunta connivenza. MONSIGNOR RECCHIA L'attenzione, però, resta tutta sulla Santa sede. Il 18 febbraio 2014 a Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, riceve una missiva anonima: «Dovrebbe stare molto attento a chi ha davanti la sua porta di casa Signor Orlandi, perché monsignor Carmine Recchia non a caso abita sul suo pianerottolo. Lui sa dove è Manuela e lui conosce molte cose riguardo quel giorno del 1983. È complice anche di tante altre brutture in Vaticano e allo Ior». Il testo è scritto al computer su un foglio ripiegato in una busta bianca. L'indomani Orlandi si reca subito a piazzale Clodio, chiedendo di parlare con il pm Simona Maisto, titolare del fascicolo sulla scomparsa di sua sorella Emanuela. «La missiva – racconta Orlandi al magistrato – è stata fatta passare sotto la porta da persona non identificata dell'appartamento che io abito, unitamente alla mia famiglia (…) al primo piano. Pianerottolo sui cui affacciano due appartamenti, il mio e quello abitato da monsignor Recchia. (...) Dalla visione delle immagini (di video sorveglianza, ndr) non abbiamo individuato persone estranee alla solita cerchia che normalmente frequenta il palazzo». «In merito al contenuto della missiva – spiega Orlandi – conosco monsignor Recchia da quando sono entrato a lavorare allo Ior. Recchia era responsabile dei Servizi interni. Era uno dei tre prelati insieme a De Bonis e Marcinkus. Mi risulta che ora sia priore di una confraternita. Non sono a conoscenza di possibili legami tra Recchia e la scomparsa di mia sorella Emanuela». La lettera è stata acquisita al fascicolo d'indagine, ma le accuse non hanno trovato nessun riscontro investigativo. Recchia mai è stato indagato. Potrebbe essere l'ennesimo depistaggio, oppure la rivelazione choc di un "corvo" interno al Vaticano.   I SERVIZI: «PISTA IN VATICANO» D'altronde gli atti forniti dall'Aisi alla Procura- relativi alle indagini anni ‘80 del Sisde - hanno illustrato che «tra le menti che hanno organizzato il rapimento della ragazza» ci potrebbe essere un prelato. L'annotazione dei servizi segreti riporta la data del 13 luglio 1983. Nel documento si legge che «l'esame semantico e psicologico del contenuto di alcune telefonate anonime relative alla scomparsa di Emanuela Orlandi e la valutazione di alcuni elementi comportamentali emersi durante la vicenda, permettono d'ipotizzare il background socio-culturale di uno dei componenti la banda dei sequestratori». Quindi, «è possibile che tra le menti che hanno organizzato il rapimento della ragazza vi sia un individuo che in passato abbia, con assiduità, frequentato la Città del Vaticano come membro del Corpo diplomatico o come appartenente a qualche ordine religioso».   LE ANALISI SUI RAPITORI Secondo gli analisti dell'epoca dei servizi segreti, il presunto ruolo di personaggi interni alla Santa Sede sarebbe desumibile da elementi «conoscitivi» e «comportamentali» emersi dalle telefonate che si sono succedute dei rapitori. Ma andiamo per gradi. Spunti «conoscitivi: si tratta del tipo di "canale" ricercato per le trattative (segreteria di Stato Vaticana)» e «attribuzione linguistica ad elementi operanti nella Santa Sede (cittadino del Vaticano, funzionari vaticani)». Di non poco conto un altro elemento «conoscitivo», il fatto che «nello Stato Pontificio» era stata predisposta una linea telefonica per le comunicazioni con i rapitori «158» che, tuttavia, non risultava attiva, in quanto il numero telefonico reale era «4158», fatto di cui ne poteva essere al corrente solo qualcuno di interno al Vaticano. Infine «la conoscenza» del gruppo di rapitori stessi, «del fatto che Emanuela Orlandi è cittadina vaticana, un elemento – si legge – che non poteva essere solamente desunto dal pedinamento della ragazza in quanto dei 400 residenti "laici" nello Stato pontificio solo 73 (tra questi la famiglia Orlandi) sono cittadini vaticani a tutti gli effetti». Gli spunti «comportamentali: nelle varie telefonate giunte in questi giorni (nel periodo del sequestro, ndr) sono state utilizzate frasi e parole generalmente usate in ambienti "clericali" e precisamente: "veridicità di questa nostra richiesta"; "la vera natura della richiesta"; "ci appelliamo alla pubblica opinione per una scelta umanitaria"». Si tratta, dunque, di elementi che hanno indotto gli analisti del Sisde a ipotizzare un ruolo diretto di esponenti vaticani. Altro spunto, riguarda l'ultimo messaggio lasciato da Emanuela nella cappella dell'aeroporto di Fiumicino. Nel documento si legge che «oltre che apparire "strana" la scelta» di quella cappella, «l'aver lasciato la fotocopia del messaggio tra il messale e il candelabro dell'altare (in un momento in cui nella chiesa non vi era sicuramente nessuno), indica una sorta di "familiarità" con i luoghi di culto. Infatti, se un comune criminale dovesse abbandonare un messaggio all'interno di una chiesa, il luogo che immediatamente viene alla mente è quello della "cassetta delle elemosine"».   «MARCINKUS NON ERA ESTRANEO ALLA VICENDA» La pista vaticana, poi, emerge anche dall'audizione come persone informata dei fatti di un amico di Emanuela. L'uomo afferma che nell'immediatezza della scomparsa in Vaticano girava voce che un ruolo lo avesse avuto Marcinkus. «Conoscevo Emanuela dal 1981, in quanto in quell'anno entrai a far parte del gruppo Azione cattolica frequentato da Emanuela. Era una ragazza allega, solare ed estroversa, ma non dava nessuna confidenza a estranei, soprattutto non si sarebbe mai allontanata con qualcuno che non conosceva. Infatti quando è scomparsa noi eravamo sicuri che non era né scappata di casa, perché non ne aveva proprio l'intenzione, né che si era allontanata con una persona estranea». Racconta inoltre che «non ho mai conosciuto personalmente Marcinkus, anzi prima della scomparsa di Emanuela non lo avevo mai sentito nominare. Ricordo però che dopo la scomparsa nel nostro ambiente, composto da ragazzi che abitavano chi all'interno chi fuori dal Vaticano, cominciò a girare la voce che il Vaticano, in particolare Marcinkus non era del tutto estraneo alla vicenda, in quanto di quest'ultimo non si parlava come di una brava persona». Queste voci giungevano «da chi abitava all'interno del Vaticano».

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