Così la Francia tradisce 30 anni di Schengen
Il governo di Parigi sospende il trattato. Renzi e Alfano non sanno come reagire. L'asse franco-tedesco è l'unica cosa che rimane di un sogno europeo che tanti vogliono correggere
L'Europa muore a Ventimiglia. In questi giorni la cittadina ligure, sulla frontiera italo-francese, è diventata il simbolo di un fallimento che porta il nome di Schengen, un luogo ameno in Lussemburgo all'incrocio di tre confini, Francia, Germania e Benelux, dove trent'anni fa nacque il Trattato, nome burocratico per l'illusione della libera circolazione senza frontiere nel Vecchio Continente. La Francia lo promosse quell'accordo, nato come intergovernativo, assieme a Germania Ovest (era il 1985), Belgio, Olanda e Lussemburgo. A Ventimiglia, in questi giorni, decine e decine di profughi son costretti a dormire sugli scogli, coperti di teli o in stazione perché vorrebbero andare in Francia ma la Francia li rispedisce in Italia, con la Gendarmeria che controllo il confine dal versante francese. E Schengen, cugini d'Oltralpe? Il ministro dell'Interno Angelino Alfano ieri ha detto che «le scene di Ventimiglia sono l'antipasto di quanto succederebbe se si chiudesse Schengen» e si è beccato a stretto giro la risposta francese: «Voglio dire chiaramente che la frontiera italo-francese non è mai stata chiusa, Schengen non è mai stato sospeso». Questa è stata la replica di un alto responsabile della prefettura della regione Alpes-Maritimes, che ha precisato che la circolazione autostradale e ferroviaria «non è mai stata interrotta». Uscendo dal burocratese: di fatto la Francia ha chiuso la frontiera, formalmente ci dice che Schengen non è stato sospeso. Il fatto è che mai come nella linea dura francese su Ventimiglia sta emergendo l'ambiguità delle norme europee, sempre applicabili previa interpretazione essendo scaturite da compromessi legislativi tra interessi di tanti, diversi Stati. Certo, se il governo italiano fosse convinto che la Francia ha sospeso Schengen, dovrebbe prendere provvedimenti diplomatici e concreti, come ad esempio convocare l'ambasciatore francese in Italia. Chiedere spiegazioni. C'è di mezzo l'interesse nazionale ed europeo. Ieri gli esponenti del MoVimento 5 Stelle della commissione Esteri della Camera hanno chiesto al ministro degli Esteri Paolo Gentiloni di «richiamare l'ambasciatore italiano in Francia per protesta. Parigi sta trattando i migranti come pacchi postali da rispedire al mittente: è vergognoso». Perché il governo italiano, allora, non porta avanti la linea dura? Perché, a parte il formalismo delle norme europee, dal versante francese arriva la controaccusa, che stavolta non riguarda il trattato di Schengen ma Dublino II, sul diritto d'asilo. In pratica il primo Paese dove sbarcano i profughi dovrebbe anche identificarli e una volta fatto diverrebbe il loro paese di accoglienza (se han il diritto d'asilo). In Francia, insomma, si lamentano che in Italia non li identifichiamo per fare in modo di non tenerceli. Lo dicessero chiaro, i francesi, però - qui sta il punto politico - anziché giocare all'Azzeccagarbugli con le norme, per rispettarle formalmente e poi nei fatti alzare il Muro di Ventimiglia. Per capire sino in fondo cosa si stia consumando, in termini di unità europea, con i fatti di Ventimiglia basterebbe uscire dal braccio di ferro italo-francese e vedere le cose dall'Inghilterra di Cameron (a breve Renzi, incontrerà prima Cameron - il 17 giugno e poi Hollande, il 21, ad Expo e l'immigrazione sarà il tema su cui dovrà combattere se non vorrà calare le braghe dell'Italia) dove il premier conservatore sta portando avanti il suo programma del «prima gli inglesi». Ieri, Mike Hookem, eurodeputato del partito euroscettico britannico Ukip, diceva: «La chiusura del confine tra Francia e Italia dimostra che c'è una minaccia alla sicurezza proveniente da frontiere non controllate. Non possiamo avere confini della Gran Bretagna che iniziano in Italia e in altri Paesi del sud Europa inondati con richieste di asilo e immigrati perché questo ci mette alla mercé di trafficanti». Al netto della propaganda politica, Hookem, tocca il tema che è la fine del mito europeo. Di questo sogno degli anni Novanta resta un asse solido franco-tedesco con cui l'Italia dovrà fare i conti per farsi ascoltare e per (speriamo) cambiarlo. Che tutto stia mutando ce lo dice proprio la Francia. Non solo han chiuso le frontiere a Ventimiglia, i francesi, ma in queste ore l'ex presidente Nicolas Sarkozy, leader della destra repubblicana che ha vinto le elezioni amministrative, ha introdotto il tema di rivedere lo ius soli (una battaglia questa portata avanti da tempo da un suo collega di partito, Eric Ciotti) per restringerlo e rendere più difficile diventare cittadini francesi a chi francese non è. Il mito della Francia, libertà, fraternità ed uguaglianza, insomma, sembra tramontare al punto che nel Paese è partito un dibattito sul ritorno allo ius sanguinis, il diritto di sangue, su cui il partito di Sarkozy dibatte da anni. Nell'autunno 2013, sentite cosa diceva l'allora presidente del partito di destra Ump, Jean-Francois Copè: «I bambini nati da genitori immigrati in situazione regolare non possono ottenere la nazionalità francese in modo automatico» perché «la Francia è socialmente troppo attrattiva per gli immigrati». Oltre a questo, Copè, auspicava anche «un rimaneggiamento di Schengen». Vatti a fidare dei francesi!
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