Renzi, un «tronista» a palazzo Chigi
Oltre a essere premier e segretario del partito ha anche tre interim alle Pari Opportunità, agli Affari regionali e alle Infrastrutture
Con un momento politico-sociale così complesso, in cui l'attenzione dell'opinione pubblica è per lo più orientata verso la situazione economica, rimane difficile individuare la linea che separa le questioni di forma da quelle di sostanza. E capire quando le prime, a volte trascurabili, sfociano nelle seconde, su cui bisogna, al contrario, soffermarsi sempre. È il caso degli interim assunti dal Presidente del Consiglio il quale, è bene ricordarlo, è anche segretario del Pd. Dopo le dimissioni da ministro di Maurizio Lupi, Renzi ha avocato le deleghe delle Infrastrutture e dei Trasporti, che si sommano a quelle senza portafoglio, facenti capo a dipartimenti della Presidenza del Consiglio, delle Pari Opportunità (mai assegnate in questo Esecutivo) e degli Affari Regionali. Quest'ultimo ministero, è bene ricordarlo a onor di cronaca, era stato lasciato dalla civatiana Maria Carmela Lanzetta all'inizio di quest'anno nella prospettiva di andare ad assumere un incarico nella Giunta Oliverio in Calabria, sfumata poi a seguito di polemiche segnatamente regionali. Così la Lanzetta è rimasta senza niente e il ministero una casella vuota. Due sono i dati politici che rilevano in questo scenario. Il primo riguarda gli equilibri complicati di una coalizione di maggioranza molto eterogenea, che vede la compresenza di una sinistra Pd sempre più distante, per quanto minoritaria, rispetto alla linea renziana, e di una porzione centrista che, dopo il (piuttosto indotto) abbandono di Lupi risulta fortemente indebolita nell' Esecutivo. Un contesto, quindi, nel quale l'assegnazione delle deleghe può aprire pericolose faglie. Il secondo aspetto riguarda il percorso fin qui compiuto da Renzi. Ha utilizzato la conquista della leadership Pd come grimaldello per scardinare il portone di Palazzo Chigi scalzando Enrico Letta dalla guida del governo, in una operazione tutta interna al partito. Ha poi tenuto la Segreteria del Partito contemporaneamente al ruolo di Premier. E poi, ancora, va segnalata l'applicazione di un metodo di governo basato sull'utilizzo disinvolto di decreti legge e la costrizione delle Camere a tappe forzate, come nell'approvazione delle riforme Costituzionali. L'esatto contrario di uno spirito costituente che dovrebbe concepire il risultato finale come il prodotto, se non proprio di una sintesi, quantomeno di un confronto, non certo di una contrapposizione sbrigativa dove l'unico criterio è la legge dei numeri. Da ultimo, appunto, l'accumularsi degli interim. Il fatto che quello riguardante le Infrastrutture e i Traporti sia stato avocato dal premier senza dare tempi certi sulla nomina del successore (maliziosamente si potrebbe presumere che ciò non avverrà prima delle elezioni regionali) non fa che rendere più evidente la domanda se sia opportuno o meno il cumulo di tante cariche sulle spalle di una stessa persona. Specie considerando le parole che Renzi ha pronunciato, qualche giorno fa, davanti ai ragazzi della Luiss School of Government. «Deriva autoritaria delle riforme è il nome che taluni commentatori e professori un po' stanchi danno alla loro pigrizia», ha detto il premier. Che ha spiegato: «Chi è legittimato a decidere non è un dittatore perché se non prende decisioni consegna il Paese alla palude. Decidere, se legittimati a farlo, è democrazia». Sarà pure mero esercizio intellettuale l'individuare certe anomalie nella condotta di governo. Se però la «legittimazione a decidere» deriva da una ben condotta operazione di Palazzo e non dal voto popolare, prestare attenzione alle forzature non è «pigrizia». Anzi, al contrario, è un dovere.
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