Cerca
Cerca
Edicola digitale
+

Tocci vota il Jobs Act ma poi si dimette. I senatori lo salvano

Assemblea Nazionale PD 2014

Dopo aver votato la fiducia sul Jobs Act, ha presentato le dimissioni da senatore. Non ne ha voluto sapere delle ragioni che gli hanno ripetuto i suoi colleghi per evitare un gesto così eclatante.Pu...

  • a
  • a
  • a

Dopo aver votato la fiducia sul Jobs Act, ha presentato le dimissioni da senatore. Non ne ha voluto sapere delle ragioni che gli hanno ripetuto i suoi colleghi per evitare un gesto così eclatante. Pur non condividendo il provvedimento del governo Renzi, Walter Tocci si è allineato alla maggioranza del partito ma poi ne ha tratto le conseguenze. E il 26 novembre dell'anno scorso, quando l'Aula ha esaminato le sue dimissioni, ha preso la parola per spiegare la sua decisione. Una cinquantina di senatori hanno votato a favore (erano renziani?) ma tutti gli altri no e, dunque, Tocci è rimasto al suo posto. «In questo momento due sentimenti opposti cozzano nel mio animo: la ritrosia e l'ardimento - ha esordito in Aula - La ritrosia viene dalla preoccupazione di impegnare la vostra attenzione e il tempo prezioso dell'assemblea su una mera iniziativa personale. Me ne scuso con tutti voi. D'altro canto, ringrazio chi, pur non condividendo le mie posizioni, ha espresso - con una parola o una stretta di mano - comprensione per il mio gesto». Ovviamente lo stesso Tocci ammetteva: «La questione sarà risolta con il vostro voto segreto e ne accetterò il risultato in ogni caso. È una forma di saggezza parlamentare che il singolo non sia più padrone delle sue dimissioni e quindi sia anche più libero di indugiare sulle sue motivazioni». Il senatore del Partito Democratico non ha risparmiato critiche al modello «muscolare» portato avanti dal governo (quello di Renzi ma anche quelli precedenti): «La libertà di scegliere e il dovere di rappresentare i cittadini «svaniscono se si legifera in via ordinaria con il voto di fiducia. Su questo strumento, però, evitiamo il gioco delle parti, di abusarne quando si è in maggioranza e di criticarlo quando si è minoranza». Insomma, «l'Italia di oggi avrebbe tanto bisogno di rappresentare in quest'aula le sue differenze, affinché possano riconoscersi e modificarsi reciprocamente. C'è una magia del Parlamento nel migliorare i suoi componenti». Ma alla fine si fa sempre come dice il governo. «Quando non era più cancelliere, Bismarck si era pentito di aver indebolito il Reichstag, riconoscendo che le inadeguatezze assembleari non erano una giustificazione plausibile». Chissà che qualcuno non se ne renda conto.

Dai blog