Condannati i capi degli Irriducibili Così è finita l'oscura scalata alla Lazio
È finita tra le urla di protesta degli imputati e con sette condanne e un'assoluzione il presunto tentativo di scalata alla Lazio
È finita tra le urla di protesta degli imputati e con sette condanne e un'assoluzione il presunto tentativo di scalata alla Lazio messo in piedi - secondo l'accusa - da alcuni dei capi storici della curva Nord (cuore del tifo biancoceleste) e da alcuni sedicenti imprenditori legati ad un fantomatico gruppo di industriali ungheresi di cui si era fatto portavoce "Long John" Chinaglia, l'ex bomber della Lazio morto negli Stati Uniti nel 2012. In un processo non immune da colpi di scena, con le accuse dei pm non sempre suffragate dai riscontri, i giudici della sesta sezione penale di piazzale Clodio hanno ritenuto colpevoli del reato di tentata estorsione l'ex capo indiscusso degli Irriducibili, Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, (già condannato, storia di una manciata di giorni fa, per traffico di droga) a cui è stata inflitta una pena di tre anni e due mesi di reclusione (a fronte di una richiesta di otto anni). Assieme a Diabolik sono stati poi condannati altri tre leaders della curva nord: Yuri Alviti (3 anni e due mesi di carcere a fronte di una richiesta di 8 anni), Fabrizio Toffolo (3 anni e mezzo a fronte di una richiesta di 8 anni) e soprattutto Paolo Arcivieri (due anni e due mesi quando i pm avevano sollecitato una richiesta di 8 anni) per il quale - visto l'evolversi del processo - sembrava prospettarsi un'assoluzione. Nella storiaccia della scalata alla società di calcio più antica della Capitale, però, oltre ai capi popolo della curva, erano finiti anche alcuni colletti bianchi in odore di camorra; e così sono arrivate le condanne anche per Guido Carlo Di Cosimo condannato dal giudice a una pena di quattro anni e due mesi perché ritenuto responsabile del reato di aggiotaggio e costretto a risarcire la Consob con una provvisionale di 60 mila euro - la Lazio assieme alla Juventus e alla Roma è infatti quotata a Piazza Affari -, Giuseppe Bellantonio (due anni e due mesi a fronte di una richiesta di otto anni e mezzo) e Fabio Dimarziantonio (un anno e mezzo quando i pm avevano sollecitato una condanna a sei anni e sei mesi). Assolto invece l'imputato Bruno Errico per il quale la Procura aveva richiesto una condanna a 3,6 anni di reclusione. Gli imputati inoltre sono stati condannati a risarcire il presidente della Lazio e la stessa società calcistica: le cifre però saranno stabilite dal procedimento in fase civile. La sentenza è stata accolta dalle urla degli imputati e dei loro parenti presenti in aula che, alla lettura del dispositivo hanno iniziato a inveire contro i giudici al grido «la giustizia è morta e il tribunale anche, siete tutti dei buffoni». In sede di requisitoria i pm aveva parlato di «Due gruppi distinti - quello degli ultras e quello degli imprenditori - che avevano un unico scopo comune: mettere seduto a un tavolo Claudio Lotito e convincerlo a cedere la società». E per raggiungere il loro obbiettivo, il gruppo non aveva guardato in faccia niente e nessuno. Il direttivo degli irriducibili infatti, che paradossalmente aveva manifestato in difesa dello stesso Lotito appena una manciata di anni prima, quando cioè la società, dopo la gestione Cragnotti, si era ritrovata a un passo dal fallimento, secondo il pm avrebbe iniziato a "premere" con striscioni offensivi, lettere e telefonate minatorie, manifestazioni di piazza e "blitz" a base di letame e lavatrici sotto casa di Lotito per fare sentire il "peso" della "Nord" che si schierava contro la sua dirigenza: agli ultras, avevano spiegato i Pm, mancavano gli introiti che la gestione Cragnotti garantiva loro (biglietti, coreografie eccetera) e il gruppo di Chinaglia aveva promesso un sostanziale cambio di marcia. Dall'altra la cordata di imprenditori dietro cui si celerebbe un prestanome dei Casalesi: cordata che si sarebbe servita del nome come di Chinaglia per coprire una scalata fatta di bonifici "scoperti" e conferenze stampa roboanti che avrebbero potuto scrivere la parole fine alla storia di una squadra di calcio con alle spalle più di cento anni di storia. Si chiude così (almeno per il primo grado di giudizio) una delle pagine più nere della storia recente della Lazio: una pagina che vedeva tra gli imputati anche una bandiera come Giorgio Chinaglia su cui il tribunale ha disposto il non luogo a procedere per sopraggiunta morte dell'imputato.
Dai blog
Generazione AI: tra i giovani italiani ChatGPT sorpassa TikTok e Instagram
A Sanremo Conti scommette sui giovani: chi c'è nel cast
Lazio, due squilli nel deserto