Per il gossip era figlio di re Umberto Nella realtà ha restaurato la monarchia
Fu tra gli universitari fascisti, poi nel Pci, ma tra i miglioristi
Se ne va come presidente, ma in molti lo hanno chiamato re, re Giorgio appunto, perché Napolitano lascia il Quirinale con un singolare primato personale: è stato per 9 anni primo cittadino della Repubblica e simultaneamente, con decisioni non sempre in linea con la Carta, sovrano di una specie di monarchia restaurata, naturalmente affatto costituzionale. Effetti della sua poliedrica personalità, perché Napolitano, durante l'università, fu iscritto anche ai gruppi universitari fascisti. All'interno del Guf, prese parte alle attività teatrali (Teatroguf) e cinematografiche (Cineguf) e recitò anche in alcuni spettacoli in scena a Palazzo Nobili, a Napoli, in una compagnia che si chiamava Teatro degli Illusi. Testi ovviamente in linea col regime. A quel tempo la sua illusione era il fascismo, dopo il 1946 si spostò sul comunismo, dove avrebbe «soggiornato» con successo di ruoli e cariche, fino al trauma della Bolognina e al successivo congresso di Rimini, che segnò la fine del Pci. Nel partito era a capo dei riformisti, poi diventati miglioristi, in contrapposizione con l'ala più radicale. Un modo per essere comunista, facendo quasi finta di non esserlo. Probabilmente, un riflesso condizionato delle sue origini nobili, perché Napolitano ha sempre omesso il titolo di conte, trasmessogli da sua madre la contessa di Napoli, una delle dame di compagnia della regina Maria Josè. Un gossip, sommesso e mai ufficialmente smentito, vorrebbe Giorgio addirittura figlio di re Umberto. Sarebbe nato da un segreto rapporto, ma siamo naturalmente al pettegolezzo. Un noto giornalista di sinistra, Ciro Soglia, raccontò tuttavia che quando Berlinguer morì, il Pci considerò due ottime opzioni: Renato Zangheri e Giorgio Napolitano. Ma per paura delle indiscrezioni sul loro passato, decise di accantonarli. Il primo aveva una relazione extraconiugale, del secondo poteva venir fuori la diceria che fosse figlio illegittimo del re. Certo, alcune azioni di Napolitano hanno alimentato i sospetti. I Savoia devono a lui la cancellazione della norma transitoria della Costituzione che impediva il loro ritorno in Italia. Da capo di uno Stato repubblicano, avrebbe poi reso omaggio nel Pantheon alle tombe dei Savoia, onorando i suoi peggiori nemici, i monarchici. Gli storici approfondiranno la vicenda personale e politica dell'undicesimo e più longevo Capo dello Stato, ma da oggi torna alla sua vita privata un personaggio contraddittorio, appartenente a quella élite di politici che, in Italia di fatto si sono prodigati per svuotare di significato la carica, le istituzioni e in ultima analisi il Paese che avrebbero dovuto rappresentare e difendere. Di molte sue decisioni re Giorgio non ha mai fornito spiegazioni. È stato certamente complice del vero e proprio colpo di stato con cui le élite europee fecero cadere Berlusconi nel 2011. Attribuendo simultaneamente l'incarico al suo grande amico Mario Monti, nominato il giorno prima senatore a vita, attuava un piano concepito mesi prima della caduta del Cavaliere, come è stato ampiamente dimostrato. «Il precipitare della grave questione costituita dai comportamenti sempre più abnormi e inquietanti del presidente della Repubblica non è che l'ultimo anello della spirale involutiva che sta stringendo il Paese». A scrivere queste dure parole contro Francesco Cossiga presidente della Repubblica fu Giorgio Napolitano, nel 1991, sul giornale diretto da Scalfari. L'uomo che oggi lascia il Quirinale, instauratore di un presidenzialismo di fatto, quasi «una monarchia», chiese l'impeachment dell'allora presidente con rilievi molto simili a quelli oggi rivolti a lui stesso, respinti come attacchi irresponsabili e ingiuriosi. Cossiga, replicò a Napolitano e compagni, bollandoli come «politici vegetariani, né carne né pesce, una lobby affaristica responsabile di una pericolosa intossicazione della vita politica italiana». Forse non aveva tutti i torti.
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