Il Grande Capo inamovibile La saga dinastica della Forestale
Luca Rocca La protesta delle forze dell'ordine per l'annunciato blocco dei salari ha fatto emergere non solo la loro esasperazione, ma anche alcune particolari situazioni definite «inaccettabili»...
La protesta delle forze dell'ordine per l'annunciato blocco dei salari ha fatto emergere non solo la loro esasperazione, ma anche alcune particolari situazioni definite «inaccettabili» dai sindacati di categoria. Una di queste è stata denunciata dal Sindacato autonomo polizia ambientale forestale, il più grande del Corpo forestale dello Stato, che ha voluto evidenziare quelle che considera «anomalie» sul loro Capo, Cesare Patrone. A parlare è Marco Moroni, segretario generale del Sapaf: «Patrone, scelto nell'aprile del 2004 dall'allora ministro Gianni Alemanno, è in carica da 10 anni. Un tempo incredibile. All'epoca non era ai massimi vertici della dirigenza del Corpo, ma solo Primo dirigente. Ma in pochi mesi è stato nominato prima dirigente superiore e poi Capo del Corpo». Alemanno lo volle, aggiunge Moroni, «per dare un'impronta alla riforma del Corpo. Il ministro era intenzionato a fare del Corpo forestale una vera forza di polizia ambientale. Era questo il compito di Patrone. Tutti noi avevamo visto di buon occhio la nomina di un giovane funzionario che non rientrava negli schemi del passato. Negli anni post Alemanno, però, si sono succeduti tantissimi ministri, che non si sono occupati di noi. E Patrone, in questo scenario di politica debole, si è rafforzato». Il segretario del Sapaf sottolinea poi che «il Corpo si è via via trasformato da polizia ambientale in «polizia tecnica». Faccio un esempio: nei parchi molto personale conta le zecche, verifica gli escrementi del lupo. Moroni contesta anche altro al suo capo: «Lui ha in mano le pratiche legate al personale. Agevola alcuni a scapito di altri. E poi il nostro capo non ha mai condotto battaglie per la “base”. A lui non interessano le nostre rivendicazioni». Per Moroni, poi, «Patrone è un accentratore. Da lui passano anche le decisioni sulla mobilità interna, per le quali adotta criteri discrezionali». Infine Moroni, dopo aver ricordato che «è dura lasciare una poltrona da 300mila euro lordi l'anno», ricorda anche un vecchio, e anomalo, concorso per i forestali del 2009 e la doppia condanna subita da Patrone dalla Corte dei Conti. Dei due ultimi riferimenti del Sapaf si parla anche in un'interrogazione parlamentare presentata nell'ottobre 2013 da Alessandro Di Battista, deputato del M5S. Dopo aver sottolineato l'eccessiva durata dell'incarico di Patrone rispetto a quella degli altri vertici delle forze di polizia, che di norma non superano i quattro anni, Di Battista rammenta che, secondo un'inchiesta pubblicata da La Stampa nel 2009, alla «nipote del capo del corpo forestale», nel 2008, «sarebbe stata riconosciuta l'idoneità al concorso da primo dirigente, nonostante si sia classificata quarta su tre posti disponibili». Lo stesso esponente del M5S, richiamandosi alla stessa inchiesta, ricorda che per il concorso di viceispettore «tra i vincitori risulterebbero esserci persone riconducibili al capo del corpo forestale, come il fratello, la cognata, l'autista». Nella stessa interrogazione vengono ricordate le due condanne inflitte a Patrone della Corte dei Conti. La prima per «avere disposto e mantenuto, al di fuori delle previsioni di legge, in oneroso distacco a Roma, presso la Cassa mutua del Corpo, un assistente in servizio presso il coordinamento locale di Lagonegro». Per questa condanna, Patrone ha dovuto pagare al Corpo forestale 16mila euro. La seconda, che è costata a Patrone un risarcimento allo Stato di 50mila euro, riguarda una consulenza affidata a uno studio legale, che per i giudici contabili rientrava «indubbiamente nell'ambito delle funzioni ordinarie, per lo svolgimento delle quali l'amministrazione pubblica non può fare ricorso a contratti di collaborazione e consulenza esterna». Per la Corte dei Conti quell'incarico «avrebbe potuto essere svolto da funzionari del corpo forestale». Raggiunto al telefono dal Tempo, Patrone ha spiegato che «la questione delle dimissioni non spetta a loro, è una decisione governativa». Alla domanda se dieci anni non siano troppi per quell'incarico, ha replicato: «E' una domanda poco piacevole, rispondo solo a domande serie». Più tardi ci ha contattato il responsabile del suo ufficio stampa, soffermandosi su tutti gli aspetti evidenziati dal Sapaf: «Quando il Consiglio dei ministri nomina il Capo del Corpo forestale, è a tempo illimitato. Non è colpa di Patrone se è lì da dieci anni. Quanto al fatto che il Corpo sarebbe stato trasformato in “polizia tecnica”, è esattamente il contrario. Abbiamo creato le sezioni giudiziarie, siamo entrati nella Dda e nella Dia, lavoriamo nella Terra dei Fuochi». Respinta anche l'accusa di essere un accentratore che premia solo i fedelissimi: «Chiunque ha una squadra con la quale lavora. Forse a quel sindacato non piace questo capo. Non possiamo piacere a tutti». L'ufficio stampa si è soffermato anche sulle anomalie del concorso: «Bisogna vedere quanti posti erano quelli da assegnare, perché se erano tanti può capitarci che vinca il figlio di qualche dirigente». Quanto, infine, alla condanna della Corte dei Conti, il responsabile dell'ufficio stampa ci ha informati che solo Patrone può rispondere. È vero, ma non ha voluto.
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