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Addio a Servello Una vita a destra

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Parlamentare di Msi e An, fu amico di Almirante Il suo ruolo fondamentale nei successi elettorali

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Non aveva fatto parte della Repubblica sociale. E negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale talvolta questa «assenza» gli veniva rinfacciata da qualche rabbioso estremista. In realtà Franco Servello era figlio di una famiglia di emigrati calabresi che andò a cercar fortuna oltreoceano. Nacque a Cambridge nel Massachussets. E quando tornò in Italia, a conflitto finito (e perduto), si trovò la strada della politica tracciata da uno zio materno la cui opera coraggiosa appartiene alla storia civile del nostro Paese. Franco De Agazio, lo zio, era stato un alto funzionario della RSI e, a guerra ancora in corso al nord, aveva preso contatti con chi, al sud, voleva riprendere la lotta politica all'insegna del neofascismo. De Agazio soprattutto fondò Meridiano d'Italia , il primo grande settimanale di destra del nostro Paese. Fu il primo giornale a documentare le malefatte della «volante rossa» nell'Italia settentrionale e soprattutto a Milano. E quelli della «volante rossa», che si muovevano alle dipendenze di Pietro Secchia, gliela fecero pagare. Il 14 marzo 1947 De Agazio venne crivellato dai loro mitra. Fu Franco Servello che rialzò quella bandiera divenendo il direttore del Meridiano e subito dopo consigliere comunale missino di Milano, poi, nel '58 deputato e via via tutto il resto. Quella di Servello è stata una vita piena zeppa di avvenimenti, molti, ahimè!, tragici come erano tragici quegli anni per chi militava a destra. Dentro il partito, va ricordato, non ebbe vita facile. Nei primi anni '50 sul Meridiano d'Italia ingaggiò una lunga polemica con il fondatore di Rivolta ideale , Giovanni M. Tonelli, che lo accusò di essere un pericoloso estremista. La polemica trascese e Servello ebbe la peggio. Venne perfino espulso dal partito, sia pure per qualche settimana. Poi, nel '53, la riconciliazione con Tonelli e la riammissione nel partito. Ma quelli erano anni in cui quel partito era davvero la vita per molti suoi iscritti e dirigenti e sulle contrapposizioni si transigeva con difficoltà. Ma è con l'ascesa di Almirante alla guida del MSI che Servello assume incarichi e peso di caratura nazionale. Sia per l'organizzazione del partito che per la sua gestione sia per ruoli politici esterni Servello fu davvero un elemento fondamentale in quegli anni di successi elettorali ma anche, e soprattutto, di persecuzioni giudiziarie (che cominciarono, con Bianchi d'Espinosa, proprio nella sua Milano), di attentati, di epurazioni nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Di Almirante è stato un fedelissimo, perfino quando volle candidarsi alla Segreteria missina durante il Congresso che invece a Sorrento avrebbe eletto Gianfranco Fini. Sarebbe ingeneroso leggere quel passo di Servello come una «rottura» con Almirante. La scelta che fece Almirante, quella di designare Fini a suo successore, non fu facile, non venne presa a cuor leggero. Tutt'altro. Pino Romualdi non ne era affatto entusiasta. E non la condividevano tanti altri dirigenti di primo piano del partito. Ed allora perché Almirante scelse Fini? Voleva fare un corposo salto di generazioni. Almirante aveva intuito che bisognava andare oltre il dibattito (che era uno scontro) su fascismo-antifascismo, che occorreva guardare avanti, al futuro delle giovani generazioni, puntando sul tema della pacificazione nazionale e della ricostruzione civile. Come farlo se non affidando il bastone a chi era venuto dopo la tragedia della guerra civile? No quindi a Rauti ma no anche a Servello anche a costo di creare ferite difficili da suturare. Per Almirante questa separazione da Servello, alla fine del suo lungo percorso politico, fu un fatto assai doloroso. E credo anche per Servello.

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