Turisti svestiti e senza vergogna In chiesa non c'è più religione
Cartelli e custodi non bastano a far rispettare la decenza nelle basiliche del centro
«Non c'è più religione». Una sentenza definitiva e conclusoria che meglio di ogni altra sembra poter riassumere le amare riflessioni di sacerdoti, sacrestani, anziane fedeli e giovani diaconi che in questo periodo, come ogni anno, si ritrovano ad affrontare l'ondata di turisti che quotidianamente si riversa nelle chiese di Roma. Già, perché chi visita i sacri luoghi della Capitale spesso dimentica di rispettare quei codici di comportamento a cui ci si dovrebbe attenere entrando in uno spazio che è, appunto, sacro. Osservando il "popolo dei turisti", sembra che regole minime e semplici, come quella di spegnere il cellulare o di parlare a bassa voce all'interno di una chiesa, siano ingiusti e irricevibili divieti, da infrangere a volte con indifferenza e altre quasi con ostentazione. Nel nostro viaggio tra le più belle chiese di Roma abbiamo visto e sentito di tutto: niente di particolarmente grave -s'intende - se accadesse al di fuori di un luogo di culto. Mangiare un gelato è la cosa più normale del mondo: ma farlo sul marciapiede o farlo a pochi passi da un altare, converrete, non è esattamente la stessa cosa. Nella chiesa di San Giacomo in Augusta incontriamo Giuseppe (nome di fantasia), il quale conferma le nostre impressioni: «l'80% dei visitatori che giungono qui non mostrano il minimo rispetto per un luogo che, prima ancora che essere artistico, è di preghiera. All'interno della chiesa il mio ruolo è proprio quello di far rispettare le regole minime di decenza: per questovi assicuro che ne ho viste di tutti i colori, tutti i giorni». E sì che Giuseppe di atteggiamenti inadeguati in chiesa se ne intende, dal momento che il suo lavoro è quello di "censurare" i comportamenti irrispettosi: «spesso i turisti entrano qui dopo una lunga sessione di shopping per le vie del centro, si siedono sui banchi e si cambiano le scarpe, indossando quelle appena acquistate. Poi, tutti felici, se ne vanno. L'ultima volta è successo poche ore fa». Moda e arte, eccellenze italiane, in un colpo solo: ecco allora che una chiesa può facilmente trasformarsi in un grosso e fresco camerino di fortuna in cui poter comodamente indossare i capi appena acquistati. Ma naturalmente i parrocchiani non ci stanno e decidono di stampare un volantino da distribuire ai visitatori, in cui si chiede di «avere rispetto e mantenere un atteggiamento adeguato». Non molto diversa la situazione a Sant'Ignazio di Loyola, chiesa dei gesuiti, anche nota come "Chiesa del Papa". Appena entrati notiamo un biondo ragazzo raschiare con la cannuccia il fondo di una lattina di aranciata, mentre ammira rapito l'epopea dei gesuiti nel grandioso affresco di Andrea Pozzo. «Qui sembra di stare al mare - esordisce il giovane sacrestano della chiesa: i turisti mangiano, bevono, dormono. Pochi istanti fa due ragazze sono entrate scalze». Si guarda attonito intorno e, tra lo sconsolato e l'indignato, continua: «L'indifferenza ai divieti è quasi totale. Ma c'è di peggio: nel momento in cui gli viene fatto notare che il loro comportamento non è congruo o che il loro abbigliamento è fuori luogo, spesso ti rispondono con aggressività e disprezzo, dicendoti "ma tu chi sei?, come ti permetti?"». Evidentemente manca quel "senso del sacro" (come diceva qualcuno) che chiunque entri in un luogo di culto dovrebbe avere, non importa se credente o meno. E, a quanto pare, nemmeno Caravaggio riesce a incutere al turista quel sentimento di rispetto (foss'anche laico) che ci si aspetterebbe difronte a tanta grandezza. A San Luigi dei Francesi, infatti, un giovane coppia, approfittando della calca di turisti affamati d'arte e di un invitante cono d'ombra, coglie l'occasione per scambiarsi effusioni che per quanto caste siano, comunque risultano fuori luogo. E così, a pochi passi da un San Matteo prima chiamato dalla luce divina e poi martirizzato dalla brutalità umana, i due si sbaciucchiano beatamente, dimenticando che Gesù predicava l'amore, certo, ma di altra statura e natura. Scrutandoli severo, il diacono filippino della parrocchia commenta: «Il problema vero è che ormai la chiesa viene considerata come un museo. Anzi, meno di un museo. Lì almeno i divieti posti all'entrata vengono rispettati, qui chiunque si permette di sparare flash su "San Matteo e l'angelo". Io qui dentro ho visto persino ragazzi giocare a palla». Proseguendo nel nostro viaggio ci imbattiamo nell'ennesima illustre vittima del malcostume turistico: Francesco Borromini. All'interno della sua Sant'Agnese in Agone è tutto un agitarsi di ventagli, uno sbuffare di volti attanagliati dalla calura, un mostrare spalle scoperte e schiene e gambe. Qui si palesa uno dei problemi più diffusi, quello per cui le chiese romane vengono letteralmente utilizzate dai turisti come oasi d'ombra e di fresco, in cui sostare qualche minuto per sfuggire al caldo dell'estate romana. «Qui le persone vengono a prendere un po' d'aria per poi proseguire nelle loro passeggiate - ci racconta una indignata Margherita, habitué della chiesa per motivi di preghiera. Le ragazze indossano abiti striminziti, contravvenendo alla regola per cui in chiesa si entra con le spalle coperte. Eppure basterebbe un foulard per coprire le spalle…». Quanto dicevamo all'inizio circa la differenza tra mangiare un gelato per strada o a pochi metri da un altare prende vita davanti ai nostri occhi nella chiesa di sant'Agostino. Un signore sulla sessantina, dopo aver deliziato la propria vista con "il Profeta Isaia" di Raffaello, decide di deliziare le papille gustative con un bel gelato, avidamente assaporato mentre contempla il crocifisso oltre l'altare. In summa: il visitatore medio delle chiese romane quasi mai si attiene alle regole e ai divieti cui dovrebbe attenersi, essendo la chiesa un luogo di culto e non già uno spazio pubblico. Dimenticando forse che il Signore tutto sa e tutto vede. Soprattutto in casa sua. (Foto Gmt)
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