È morto Leonardo Sciascia testimone scomodo
Addio al mondo con «Una storia semplice» I suoi successi sono stati sfide al conformismo
PALERMO - Leonardo Sciascia è morto ieri a Palermo, all'etàedi 68 anni. Da molti mesi era gravemente malato e le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni. Sciascia era uno dei grandi della nostra letteratura contemporanea: capace di creare capolavori di fantasia e insieme di confrontarsi con i problemi del mondo di oggi e della sua Sicilia. Un testimone del nostro tempo, ma un testimone spesso scomodo per la sua libertà di giudizio. Tra le sue opere più famose: «Il giorno della civetta», «Todo modo», «Dalla parte degli infedeli». Proprio in questi giorni esce il suo ultimo libro, scritto durante il recente ricovero in clinica, «Una storia semplice». I funerali si svolgeranno domani a Racalmuto. L'ULTIMO DEI PALADINI Di me come come individuo, individuo che incidentalmente ha scritto dei libri, vorrei che si dicesse: ha contraddetto e si è contraddetto, come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante anime morte, a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano». Nonostante volesse questo giudizio di sé - lo scrisse in «La Sicilia come metafora» rispondendo ad una domanda di Marcelle Padovani - è difficile ricordare Leonardo Sciascia senza pensare all'esatto opposto, cioè alla sua coerenza. Gli hanno attribuito qualche volubilità politica, essendosi candidato alle Comunali del 1975 a Palermo nella lista del PCI (pur restando un «indipendente») e a quelle nazionali di quattro anni dopo con i radicali; e stato quasi insultato da propagandisti politici di sinistra per aver denunciato il «professionismo delrantimafia», nuova forma del consueto opportunismo italiano; ha sollevato polemiche nel campo cattolico e nel campo comunista. Ma, a ripensare la sua vita, a rileggere le sue opere, ad aver memoria dei suoi pensieri diffusi, non si trovano in Leonardo Sciascia delle contraddizioni. Cominciando «dal nostro modo d'essere siciliani» che temette sempre poter congelare la Sicilia nei suoi difetti. Quando uscì «Il gattopardo», nel 1958, lo giudico il romanzo di un conservatore («Ci lascia ancor più radicati nelle convinzioni nostre...»); pensò che Tomasi di Lampedusa era stato si un grande letterato, però aveva avuto «sublime indifferenza» per il ribollio delle cose di Sicilia: aveva accettato il «resistere della storia». Prima ancora, del molto studiato e molto amato Pirandello, scrisse che aveva compiuto un'«apologia indiretta» dei caratteri negativi della borghesia siciliana innalzandoli ai «significato cosmico». La sua prima coerenza era qui, nel costante rifiutare la maniera corrente dei siciliani di vedere il mondo, i rapporti, la società: soprattutto dei siciliani borghesi, intellettuali o no. Preoccupazione che gli si era formata presto: «Ho passato i primi venti anni della mia vita dentro una società doppiamente non libera, doppiamente non razionale. Una società non società, in effetti. La Sicilia di cui Pirandello ha dato la più vera e profonda rappresentazione. E il fascismo. E sia al modo d'essere siciliano sia al fascismo ho tentato di reagire cercando dentro di me (e fuori di me soltanto nei libri) il modo e i mezz. In solitudine. E dunque, in definitiva, nevroticamente sono però uscito dal seminato, che era la mentalità del siciliano». Intendeva il deteriore modo d'essere siciliano, la deteriore mentalità, in questa dichiarazione di rifiuto. E dicendo che aveva reagito «nevroticamente», confessava d'aver dovuto cercare di liberarsi con fatica, affrontando dubbi e crisi, pagando per gesti spesso incompresi. D'altronde, era problematico capire il suo rapporto come si dice - con la Sicilia. Fisicamente parlando, chi scrive ha sempre sospettato che dell'isola amasse veramente solo quel che si vede dalle finestre di casa sua, a Racalmuto, sulla collina della Noce, la proprietà del nonno affacciata su una di quelle valli di color verde e giallo ma verde e giallo pallidi quanto son pallide in Sicilia le vegetazioni povere - simili a tante altre in provincia di Agrigento. Ci stava, ci scriveva, ci tornava contento. Gli piaceva questo tipo di campagna. Per il mare, nessun trasporto. Anzi, un certo animoso vederlo alla siciliana: come la gran condanna che impedisce d'essere continente, che porta via gli emigranti e i soldati. «Non mi è mai piaciuto...e non piace neppure ai siciliani». Da bambino - a proposito di acqua e ebbe una delusione cocente, credette che un torrentello presso il quale giocava, l'Azzalora, affluente del Naro, fosse un fiume. Scoperto che si trattava di poco più di un rigagnolo, ne ebbe un dispiacere. E cinquant'anni più tardi, scrivendo dei corsi d'acqua siciliani, se ne ricordò: in Sicilia «i fiumi sono solo mito e memoria, appartengono ai verdi paradisi dell'infanzia». Insomma, li aveva cancellati per la rabbia. Verso le città aveva sentimenti diversi. «Potrei vivere soltanto a Parigi o a Milano», diceva. Palermo - l'abitare a Palermo - era stata una necessità: vi si era trasferito per far studiare le figlie all'università e c'era rimasto. Amava Milano, l'andare per librerie antiquarie e mercanti di stampe pregiate, passeggiate che ripeteva a Parigi tornandone con un Goya, ovvero un Fantin-Latour che andava subito ad incorniciare o con qualche libro raro che avrebbe letto la mattina all alba quando si svegliava. Non viveva volentieri in città. I suoi percorsi cittadini avevano tappe frettolose - dava qualche volta l'impressione di annoiarsi - delle quali una sola era sicuramente cara: il caffè-tabacchi. La galleria, il libraio, la casa editrice, incontri quotidiani regolati, tranne pochissimi, più dalla cortesia che dalla passione. Viveva volentieri nella campagna familiare oppure dove poteva ritrovare i riferimenti letterari risvegliati - è il caso di metterla così - ogni mattina, nel giro tra i libri della sua biblioteca con una tazza di caffè in mano. Milano era Stendhal, era Manzoni. Parigi era l'illuminismo, la rivoluzione francese, gli scrittori saggisti di due secoli, i critici e - tra i primi Claude Ambroise - che studiavano la sua opera più di quanto si facesse in Italia. La mattina, tra i libri di casa, gli si accendevano curiosità speculative che poi realizzava viaggiando. Viaggiando in treno, naturalmente, «la grande passione della mia vita». Racalmuto costituiva la maniera di rimanere siciliano respingendo Paborrito «modo d'essere siciliano». La vita di paese gli sembrava «una fonte incomparabilmente ricca di osservazioni», una sorta di microcosmo sul quale poter focalizzare il suo binocolo creativo fino a trovarvi le metafore del mondo. Alla Noce riviveva anche piccoli rituali casalinghi come il mettersi in cucina a far la salsa di pomodoro per gli spaghetti insaporendola con irriducibili peperoncini rossi. Ritrovava il vecchio fucile buono a tirare a casaccio, ad un acino d'uva o ad una mela, la mattina presto, giusto per tirare. Il vero, autentico, legame con la Sicilia era ancestrale. La terra, quell'odore di nulla, di polvere casomai, che danno le secche zolle siciliane. La famiglia: intesa come discendenza, focolare, nonno, padre, donne di casa. L'ambiente dell'infanzia «rivisitato» di continuo. I panorami rasserenanti, la semplicità della gente, l'essenza delle cose, la conoscenza di tutti con tutti da sempre (...).
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