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È morto Enrico Berlinguer Domani i funerali a Roma

Vent'anni senza Enrico Berlinguer

Folla a Ciampino e alla camera ardente Il capo dello Stato: «Con me come un figlio»

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Padova, 11 giugno - Una valigia vuota in vilpelle. È il segno più chiaro della morte che arriva. «Per il vestito, l'altra-poca roba che resta», dice l'infermiere. Dietro, sull'ultimo ballatoio, sommessa piange in un angolo Maria, la seconda figlia. La madre, la signora Letizia, è un gradino più indietro, ferma, incerta di affrontare quella folla schierata di fotografi che sono il tumulto della vita. Antonio Tatò occupa rapido il vano della porta precedendole. (Poi fermo chiede: «Volete essere così cortesi di non fotografare la signora. È un attimo il dubbio. l'incertezza ma subito si spegne un riflettore, poi gli altri. Così non c'è uno scatto, un flash su quei biondi capelli tirati indietro, su quel golfino fragile d'angora azzurro. «Anche per Maria, anche per Maria», dicono in tanti e passa la ragazza che spaurita la segue. «Che prova di civiltà. Una cosa così non l'ho mai vista», commenta Marco Nozza il cronista e si asciuga le lacrime. Sono le 12,20, Alfonso Garlisi, il vigile che hanno scelto anche per l'altezza, infila i guanti bianchi di cotone. «Sa, in questi momenti, bisogna essere perfetti». Antonio Barchesi, servizio d'ordine della CGIL, porta trafelato l'ultimo pacco di telegrammi che sono ancora augurio. Oltre i vetri opachi della rianimazione Enrico Berlinguer muore. È una pallina stanca agli ultimi rimbalzi la luce verde del cuore che fibrillando sul monitor si spegne. Non gli hanno lasciato che quella macchina. Solo per essere certi del momento, per scandirlo, documentario quasi. Passa Lenci, il medico, il comunista che sotto il palco, giovedì sera, per primo capì, diagnosticò il dramma. «È finita», fa segno tagliando con la destra l'aria. Esce Pecchioli, raggiunge i quattro professori, tutti insieme come nei bollettini, in fondo al corridoio. Parlotta un po', poi a capo chino torna indietro. Si può telefonare, chiamare in Prefettura. Pertini che da solo mezz'ora se ne è andato, deve sapere per primo. Arriva anche Filippo De Gregorio, segretario generale del Comune, con il registro blu dello stato civile. Ormai non ci sono che attimi. Per questo chiamano Francesco Valerio, il sovrintendente sanitario, quello dei bollettini. Spetta ancora a lui quest'ultimo annuncio. Alle 12,50 non ha bisogno più di un foglietto da leggere. «È ovvio a questo punto...» esordisce con un commento involontario che mille microfoni registrano. Poi, schiarendo dopo una pausa la voce: «L'onorevole Enrico Berlinguer è mancato di vivere alle 12,45». 12,45 dice soltanto Mario Passi telefonando a Roma a Macaluso. È il segno per l'edizione straordinaria de l'Unità. Da questo momento spiega il medico - avvengono gli accertamenti strumentali dell'avvenuta morte. «Da questo momento ve ne potete andare», gli fa subito eco il commissario di turno e dà agli agenti l'ordine di sgomberare. Sicché c'è qualche turbamento, qualche ressa come sempre per le cose del mondo. Quando Ugo Pecchioli con un filo di voce detta la sua prima dichiarazione ufficiale. «La salma verrà trasferita in serata a Roma accompagnata dal Presidente della Repubblica. È un gesto, quello di Pertini, nobilissimo, degno di un grande italiano che onora così un altro grande italiano. A deciderlo è stato lui, il Presidente, da solo. Stamane da Vicenza è arrivato in ospedale che erano le 7,55. Non c'erano sul piazzale che quattro macchine e i poliziotti di turno. Al primo piano i medici gli han detto subito come ogni speranza se ne fosse andata con la notte. Era ormai privo di stimoli il cervello, piatto l'elettroencefalogramma. Per questo dopo un consulto avevano deciso di staccare le macchine. Per lui come per tutti. È stata la famiglia gli spiegano i medici, la moglie a decidere che non si facesse per Enrico Berlinguer niente di diverso che per tutti gli altri pazienti. Pertini ascolta silenzioso. Ma prima di andar via in Prefettura dove era diretto passa ancora alla rianimazione. E oltre il vetro ha per quel corpo leggero e trepido una carezza. Poi dal Palazzo del Governo, perché sia ufficiale, comunica la notizia alla moglie e ai dirigenti del partito. «Ce ne andiamo col mio aereo», dice a Giovanni. «Meglio con l'aereo del Presidente della Repubblica». Alle 9, tutta la folla che ormai si è fatta in ospedale, già sa che «Pertini se lo porta con sé». Così, quando alle 10,30 precise ritorna ancora, dice: «Presidente, viene a prenderselo come un figlio». «Sì, sì - fa scuotendo mesto il capo, proprio come un figlio, come un amico fraterno, come un compagno di lotta». «Ci è mancato», dice Gino Maniero, un contadino che stamane ha lasciato il suo letto in chirurgia. «Sta sicuro - replica Pertini - che non mancherà mai il suo esempio». Le donne che dietro le guardie son tante in prima fila gli tendono le mani. Tutti gli altri scoppiano in un applauso, in un «Sandro, Sandro» che è una invocazione. Pertini rimane a lungo in una stanzetta dell'ospedale con i ragazzi Bianca, Marco e Laura. Per sé e per loro legge «L'uomo che ho conosciuto», che è il ricordo di Natalia Ginzburg, e quell'«Oltre il potere» che è l'elogio di Carlo Bo. «Sembrava - dice Mario Passi - un vecchio nonno con tre nipoti». E tutti li bacia sulle guance; prima di andar via, a tutti e tre ripete: «Siete dei ragazzi meravigliosi». Se ne ricordano anche quando all'1,20 stretti insieme lasciano l'ospedale, schivi e imbarazzati per quella folla che li applaude. Solo Giovanni, il fratello, tira fuori dal finestrino un pugno che non è un saluto di partito ma un «Facciamoci coraggio, teniamoci stretti». Pietro Ingrao, gli occhi rossi per il pianto che l'ha sorpreso e sconvolto all'annuncio, ritrova se stesso fra la gente. «Bisogna reagire lottando, andando avanti, seguendo la strada che lui ci ha indicato», dice perché tutti lo sentano. Renzo Luison, sezione ferrovieri, sventola a lui la prima bandiera rossa che è riuscito a portare. Alle 2 in un furgone blu senza croci inizia per Enrico Berlinguer l'ultimo viaggio. Ma basta che uno, chissà come, gridi «È lui, è lui» che tanti lo imitano. Che si moltiplichi, seguendo lungo, il primo applauso, sono molti i pugni chiusi, tanti di più i fazzoletti. Cristina Agnelli, tre anni, in braccio alla madre, lancia quelle margherite, i primi fiori dei tanti che ancora lo sommergeranno. In prefettura Pertini, all'hotel Plaza i familiari preparano la partenza. Ma arriva inaspettato De Mita, la giacca bagnata dalle prime gocce di un acquazzone che viene. «Sono qui - dice - perché è morta una persona che amavo moltissimo, alla quale ero legato da sentimenti di amicizia. Sono qui per rendergli l'estremo saluto con commozione». Per lui, come non era mai accaduto, scende anche la signora Letizia. Più a lungo si intrattengono con lui Giovanni Berlinguer, Tatò e tanti altri. Ci sono fiori anche per il segretario della DC quando infine si allontana: rose rosse che rapido gli consegna un commesso della fioreria Milano. «È un momento molto difficile», dice infilandosi con quei fiori in auto. Genova lontana è la prossima tappa del suo giro elettorale. Eppure rimane ancora tre ore per rendere l'estremo omaggio alla salma con gli altri all'obitorio. Qui ancora fanno arrivare per primo Pertini. «Voglio vederlo ordinato prima che lo chiudano. Voglio vederlo da solo, senza fotografi o telecamere». Rimane così muto per cinque minuti davanti alla bara scoperta. Né si rompe il silenzio quando arriva la moglie, i quattro figli e il fratello.

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