La casa degli orrori dove sparivano i bimbi
Viaggio nei rifugi laziali dell'organizzazione che sequestra i minori appena sbarcati in Italia
PRIVERNO Via vai di bambini. Entravano e uscivano da un mini appartamento. Sorridevano, ma non sapevano in che incubo erano finiti. Tutti li vedevano al bar e dal fornaio, e nessuno avrebbe mai pensato che quei bambini erano vittime di trafficanti di esseri umani. Vivevano in due stanze: una cucina, un bagno e un mini corridoio. Locali con un unico denominatore comune: l'odore di cadavere e vestiti e scarpe abbandonate ovunque. In una palazzina a due piani nel cuore di Priverno, una cittadina di quattordici mila abitanti in provincia di Latina, il covo dei trafficanti di minorenni. Qui ragazzini di 14 anni hanno vissuto come se dovessero attendere la «svolta» tanto attesa nella vita e promessa da amici e parenti africani. Nulla da fare. Quello era l'inizio dell'incubo. Dalla mattina alla sera in un mini appartamento degli orrori, dove per giorni sono stati segregati: erano bambini africani arrivati in Italia con le carrette del mare attraversando prima deserti, abitazioni-lager in Egitto e poi i centri di accoglienza e permanenza siciliani, ad Augusta, in provincia di Siracusa. Dai quali sono scappati e sono finiti, però, nelle mani di trafficanti di esseri umani. E rinchiusi in un covo insospettabile. Dove l'unica luce arrivava dalla cucina, piena di scarpe nel lavandino. L'appartamento si trova in una strada in salita nel centro della cittadina pontina, che sbuca in una piazzetta con un supermercato e un bar. Proprio qui gli arrestati dalla squadra mobile di Latina portavano i minorenni tutti i giorni a fare colazione: «Erano persone normalissime, sembravano come familiari dei ragazzini, gli pagavano cornetto e cappuccino e i minori non davano segni di paura». Ma dopo quella colazione si rientrava nel covo, dove gli indagati del nordafrica, finiti in manette, chiamavano i parenti dei bambini per chiedere il riscatto per la loro liberazione. «Avevano un negozio che vendeva frutta proprio sotto casa - racconta un vicino della casa degli orrori - erano sempre gentili, facevano anche credito. Quando abbiamo saputo degli arresti e di quei poveri bambini nessuno ci credeva». Gli stranieri i primi due mesi hanno pagato l'affitto degli appartamenti dove nascondevano i ragazzini minorenni, poi hanno smesso, mettendo in serie difficoltà i proprietari, ignari, delle abitazioni, come il fornaio Feliciano: «Sto perdendo tanti soldi, e anche la giustizia non mi aiuta. Quando hanno sequestrato il mio appartamento hanno lasciato le finestre aperte e in queste settimane mi è piovuto dentro e oltre ai danni che mi hanno lasciato gli stranieri anche quelli della pioggia. Ho chiesto alle forze dell'ordine se si poteva almeno entrare e chiudere le finestre e mi è stato risposto che era necessaria un'autorizzazione del tribunale e ancora aspetto. Oltre al danno la beffa». La porta al primo piano della piccola palazzina di via della Stazione 21, uno dei due covi dei presunti trafficanti di bambini, è sigillata dalle forze dell'ordine con il nastro isolante e i consueti sigilli della questura. Dal pianerottolo un odore di cadavere. Tanto che l'unica inquilina dell'edificio, una ragazza bionda che vive solo con la mamma, da tempo protesta per quell'odore terribile che la costringe a stare con le finestre chiuse: «Li vedevamo entrare e uscire, erano gentili all'inizio, poi una sera hanno alzato il volume della musica, era troppo alta, io stavo studiando, ho chiamato mia mamma perché avevo paura. Da li a pochi giorni l'arresto». Nella casa degli orrori un odore di morte, una montagna di vestiti, di scarpe, valigie e due computer di vecchia generazione: accanto, su un letto, banconote abbandonate in una borsa bordeaux contenente anche documenti scritti in lingua egiziana e italiana. Come se chi la conservava non abbia avuto il tempo di nasconderla e far perdere le tracce di chissà quale altro traffico illegale: oltre a quello dei bambini, si indaga infatti anche sul traffico di droga. L'appartamento di via della Stazione, a Priverno, è solo uno dei due covi degli indagati. In via Mazzini 5, infatti, c'era il secondo luogo di segregazione di bambini che partivano dall'Africa. L'abitazione di via della Stazione è di proprietà di un fornaio, che dal giorno della stipula del contratto sta affrontando perdite economiche. Gli arrestati infatti, hanno pagato solo due mensilità, in anticipo. Nessuno risarcirà il proprietario dello stabile per i mesi di affitto non pagati, dovuti al sequestro della questura. L'appartamento in via Mazzini invece, appartiene ad una'infermiera che lavora presso l'ospedale locale. Anche lei, dopo gli arresti, non è più riuscita ad affittare l'abitazione. Anche in quella casa i danni sono stati consistenti, tanto che la donna non riesce più ad affittarla: «Lì ci sono entrati banditi e nessuno vuole più entrarci - racconta la donna - e io sto perdendo tanti soldi oltre all'immagine professionale». I bambini ora non ci sono piu ma il terrore dei vicini e della cittadina è che possa ricominciare l'incubo del traffico di minori: a Priverno sono migliaia gli stranieri e nessuno si fida più di chi incontra alla porta accanto.
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