Cede la diga del Vajont Le vittime sono migliaia
Lo sbarramento aveva le stesse dimensioni di quello della tragedia di Fréjus
Belluno, 10 mattina - Una spaventosa sciagura, che forse trova precedenti soltanto nel disastro di Fréjus, si è verificata questa notte: la diga di Vajont, una delle più alte d'Europa, che fa parte dell'impianto idroelettrico che sfrutta le acque del Piave, ha improvvisamente ceduto. Sei paesi, Longarone, Rivalta, Faè, Pirago, Malcom e Villanova, sono stati investiti in pieno dalla terribile ondata formata da milioni di metri cubi d'acqua ed hanno riportato danni gravissimi. Si può dire anzi che, alcuni di essi, come Caviola e Faè, che sono quelli più vicini alla grande diga, sono stati addirittura spazzati via. Secondo le prime, frammentarie notizie, i morti si conterebbero a migliaia. Il primo allarme è giunto ai Vigili del Fuoco di Belluno, poco prima della mezzanotte qualcuno telefonava dal centralino di Longarone, il centro più importante fra quelli colpiti dall'improvvisa inondazione, per comunicare con la voce rotta dall'emozione e dalla paura che la cittadina era ormai semisommersa dalle acque e che alcune frazioni distanti pochi chilometri erano rimaste tagliate fuori. Da Belluno sono partite immediatamente tutte le squadre di vigili disponibili, con i mezzi anfibi (purtroppo si tratta di una dotazione piuttosto scarsa) a disposizione della caserma. Contemporaneamente l'allarme veniva lanciato per telefono e per radio a tutta la regione e si mettevano in movimento i Vigili del Fuoco di altre citta, compresa Venezia. L'allarme è stato allargato alle prefetture, ai comandi dei carabinieri e della polizia ed alla Croce Rossa, per l'organizzazione dei primi soccorsi. Nella zona, fino alle prime luci dell'alba, regnava il caos: impossibile raggiungere le località colpite dall'inondazione, anche perché le forze dell'ordine avevano immediatamente predisposto dei posti di blocco per fermare tutto il traffico normale; vaghe e contraddittorie le notizie che è stato possibile raccogliere dagli agenti e dai Vigili del Fuoco che tornavano da Longarone per i rifornimenti di viveri e di medicinali. Non è possibile, dunque, fare un bilancio della sciagura, ma si deve purtroppo concludere che esso è disastroso. Si pensi, infatti, che Faè, un paese di circa cinquecento abitanti a sei chilometri da Longarone, è rimasto praticamente distrutto dalla forza delle acque, affluite improvvisamente attraverso la falla che si è aperta in mezzo alla grande diga di Vajont. Forse ben pochi degli abitanti, sorpresi nel sonno, sono riusciti a salvarsi. Tutti gli ospedali della zona, anzi dell'intera regione, si sono tempestivamente preparati ad ospitare i feriti, che verranno trasportati il più urgentemente possibile dalle zone disastrate. Purtroppo, però fino a tardissima ora non era arrivato ancora alcun infortunato: il che, come è facile comprendere, è un sintomo alquanto sconfortante. Come si è accennato prima, la diga del Vajont era unadelle più grandi d'Europa. Inaugurata alcuni anni orsono, sbarrava completamente un vasto bacino formato dalle acque del Piave e serviva diverse centrali elettriche di particolare potenza. La portata della diga era equivalente, se non superiore, a quella della diga di Fréjus, che abbiamo già citato prima e il cui crollo, come si ricorderà, provocò centinaia di vittime e la scomparsa di un paese. Come si è detto, essa fa parte del sistema di sfruttamento delle acque del bacino del Piave, l'impianto Piave-Boite-Maè-Vajont, che risulta dal collegamento mediante una serie di gallerie dei quattro corsi d'acqua. Le acque sono raccolte in quattro serbatoi: lago di Valle di Cadore, sul Boite della capacità di 4 milioni di metri cubi, lago di Calalzo con capacità di 64 milioni di metri cubi, diga di Val Gallina che ha creato un serbatoio di 6,2 milioni di metri cubi, diga del Vajont la quale, come si è detto, è una delle più alte del mondo, che ha creato un serbatoio di 60 milioni di metri cubi. Si noti che il bacino formato dalla diga di Fréjus, in Francia, il cui cedimento provocò il 2 dicembre 1959 la distruzione del paese e circa quattrocento vittime, aveva la medesima capienza. Da questi dati è facile immaginare le proporzioni del disastro che si è abbattuto sui tre paesi, investiti in pieno dalla enorme massa di acqua precipitata dalla falla apertasi sulla diga. La maggior parte degli abitanti (si consideri che Longarone è un grosso centro che conta circa quat tromila cittadini) è stata sorpresa nel sonno dall'inondazione: indescrivibili scene di panico si sono verificate specialmente a Faè e Caviola, dove decine di case sono state spazzate via in pochi minuti. Coloro che sono riusciti in qualche modo a salvarsi, aggrappandosi agli alberi o trovando riparo a ridosso delle pareti che hanno resistito alla prima ondata, si sono abbandonati a scene di disperazione e di terrore. Qualcuno, ma sono stati pochissimi, ha tentato di portare soccorso agli altri, quelli travolti dal mare di acqua e di fango. Nessuno era riuscito a dare l'allarme più a valle ed a Longarone si sono accorti della tragedia soltanto quando l'acqua ha raggiunto anche la periferia di quel paese. Qui si è arrivati in tempo a chiamare telefonicamente i Vigili del Fuoco di Belluno da dove, come si è detto, sono subito partite le prime squadre di soccorso. Poi non è stato possibile avere più alcuna notizia. La statale d'Alemagna e la ferrovia Belluno-Calalzo (vale a, dire le sole vie di comunicazione che assicuravano i collegamenti fra la zona colpita ed il capoluogo della provincia) sono interrotte perché la furia dell'acqua ha letteralmente portato via parte delle rispettive massicciate. Questa situazione rende problematico anche l'arrivo sul posto delle squadre di soccorso ed il trasporto verso luoghi più sicuri dei feriti e degli scampati. Soltanto con la luce del giorno, infatti, sarà possibile l'impiego degli elicotteri, che a tarda notte sono stati preparati negli aeroporti di Venezia e di Milano e in quello della NATO di Aviano. Sulle cause della tragedia, naturalmente, non è possibile per ora avanzare nemmeno delle ipotesi. Qualcuno afferma che la diga, o parte di essa, ha ceduto di schianto sotto la pressione delle acque; secondo un'altra versione, invece, un'immensa frana precipitata nel bacino avrebbe provocato un repentino rialzo del livello delle acque stesse, le quali avrebbero scavalcato la diga riversandosi sui paesi della vallata. Soltanto poco prima dell'alba sono arrivati all'ospedale di Belluno i primi dieci feriti. Una persona, non identificata è morta poco prima del ricovero in ospedale. Altre persone sono state trasportate all'ospedale di Pieve di Cadore e ricoverate. Secondo le ultime, frammentarie notizie, dato il perdurare della interruzione delle linee di comunicazione, cinque sarebbero le frazioni della Valle di Longarone colpite dalla violenza delle acque. Si spera, però, che il crollo della diga sia solamente parziale. Lo fa presumere il fatto che il livello del Piave, a Belluno, è cresciuto di oltre 5 metri nelle prime ore del disastro, ma più tardi è diminuito di due metri. Una casa che si trovava vicino al greto del fiume è stata pressoché scoperchiata dalla violenza delle acque. Si è appreso da Roma che il Ministro dell'Interno on. Rumor, tempestivamente informato della sciagura, ha disposto che tutte le forze della regione, da Padova a Venezia, siano mobilitate per l'opera di soccorso.
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