Parla Patrizia Prestipino: «Marino deve includere il Pd»
Per la dirigente nazionale del Pd il sindaco deve promuovere «una svolta buona» anche per Roma
Ci vorrebbe «una svolta buona anche per Roma», ma per fare questo «anche Marino deve fare un passo avanti verso il Pd». Patrizia Prestipino, ex assessore provinciale e dirigente nazionale del Partito Democratico, è una renziana «così della prima ora che potrei essere la mamma di Matteo», afferma scherzando, per poi spiegare, seria, che «questa storia delle correnti e dei renziani della prima, seconda e terza ora sta affossando il partito». Riferimento dichiarato alla rissa, con malore, avvenuta presso la direzione del Pd Lazio nei giorni scorsi. La lotta interna fra Pd e Marino è paradossale: è stato in parte sostenuto alle primarie e poi legittimato dal voto. E ora, che succede? «Purtroppo quando ci si va a mettere contro la partitocrazia che definisce i ruoli anche nei cda, cosa buona e giusta, si va incontro a problemi di questo tipo. Ma è anche vero che dall'altra parte Marino dovrebbe uscire un po' dal suo cerchio magico. Apprezzo molto l'appello che fa al partito, quando chiede di stringersi attorno a lui, ma lui stesso dovrebbe cercare di fare un passo avanti. È impossibile salvare un matrimonio se si resta ognuno sulle proprie posizioni». La soluzione può essere un rimpasto dopo l'approvazione del bilancio? «Credo che ora il sindaco debba pensare più a includere, che a escludere. E quindi includere personalità che facciano parte non solo del suo cerchio magico, o del binomio Pd-Sel, ma anche del mondo extrapartitico che però porta con sé le esigenze della cittadinanza». Ha scherzato sul suo tasso di "renzianità". Perché non vuole sentire più parlare di correnti? «Perché sta diventando stucchevole. Stiamo lì a discutere di chi è più renziano, quando nemmeno Renzi si può più autodefinirsi tale. E la discussione finisce in rissa, come il bruttissimo spettacolo che è stato messo in scena durante l'ultima riunione del Pd Lazio: uno show indecoroso e controproducente, di cui mi sono vergognata». Eppure la mancanza di coesione comincia dal Parlamento, non trova? «Purtroppo esiste ancora una disparità enorme tra ciò che viene votato in Assemblea e il parere espresso in Parlamento. Eppure quasi la totalità dei dirigenti nazionali sono parlamentari. La sindrome dei 101 ancora non è finita». Una novità non legittimata dagli italiani. «C'era l'esigenza di cambiare. Badate bene, io so per certo che Matteo avrebbe preferito diventare un giorno premier dopo aver vinto le elezioni, ma in quel momento non si poteva fare altrimenti. L'errore sta all'inizio, quando Bersani vince le primarie, con tutti i paletti che la dirigenza mise per non permettere a Renzi di ottenere la posizione che meritava e che avrebbe evitato tutto ciò». Alle Europee, votando due candidati invece che tre, non ci sarà l'obbligo di differenziazione uomo-donna. L'ennesima sconfitta per le donne in politica? «Il maschilismo in politica è duro a morire. La norma delle elezioni comunali, con la candidatura doppia e mista, aveva riscosso molto successo. In questo caso, a mio giudizio, si sarebbe dovuto mettere l'obbligo di differenziazione di genere in caso di preferenza multipla».
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