Letta e Bersani tornano in Aula. Un abbraccio tra gli applausi
L'ex segretario del Pd alla Camera 50 giorni dopo l'emorragia cerebrale: «Sono qui per votare la fiducia e salutare Enrico»
Ore 15.46. L'Aula di Montecitorio esplode in un'ovazione. Pier Luigi Bersani, 50 giorni dopo l'emorragia cerebrale che lo ha colpito, fa il suo ritorno alla Camera sottolineato dal «benvenuto» della presidente Laura Boldrini. «Sono qui oggi - spiega Bersani - per un doppio dovere: votare la fiducia e abbracciare Enrico. Non è ancora arrivato?». Enrico è ovviamente Letta. Ma l'attesa dell'ex segretario Pd non è l'unga. Ore 16.22, l'intervento del deputato M5S Brescia è interrotto da un altro lungo applauso che la campanella della Boldrini fatica a contenere. Enrico Letta - reduce da Londra dove s'è concesso una breve vacanza con la famiglia (è partito sabato subito dopo la gelida cerimonia della campanella a Palazzo Chigi con Matteo Renzi) - entra in Aula. L'ex premier arriva da solo vestito in un elegante abito blu, attraversa l'emiciclo facendo un rapido saluto verso la presidenza e i banchi del governo. Ma con Renzi non c'è alcun cenno di saluto. Letta sfila dritto e si dirige tra gli scranni del Pd dove abbraccia calorosamente Bersani. Nuovo lunghissimo applauso. «Dal 5 gennaio speravo di vivere questo momento. Bentornato Pierluigi!», twitta Letta che non scriveva su Twitter da sabato scorso. «Grazie Napolitano e tutti quelli che mi hanno sostenuto! Ora uno stacco via da Roma per prendere le migliori decisioni», le parole del 22 febbraio. Letta scambia un saluto con Angelino Alfano, Gennaro Migliore e Francesco Boccia. Poi anziché sedersi sui banchi riservati al suo partito, il Pd, prende posto su una poltrona del Comitato dei Nove, davanti ai banchi del governo, a una decina di metri da Renzi. In Aula il dibattito va avanti. Renzi un po' ascolta, un po' mette mano a tablet e cellulare. Su Twitter scrive: «Grazie Pier Luigi per essere qui oggi. Un gesto non scontanto, per me particolarmente importante. Grazie». Intanto Letta continua a ricevere omaggi. Persino Daniela Santanchè, la «pitonessa» di FI, si avvicina per stringergli la mano e parlottare. Così fanno i ministri Poletti, Galletti, Lupi. Decine gli abbracci. Arriva a salutarlo anche il renziano doc Lorenzo Guerini. A pochi passi, Renzi scambia qualche parola con le ministre e con il suo predecessore gli sguardi non s'incrociano. Neanche per sbaglio. Il premier comincia il proprio intervento. Renzi cita una volta Bersani («Quando ho perso le primarie da premier non mi ha cacciato dal partito, perché la democrazia interna non fa male e consente di essere persone migliori») e due volte il predecessore. La prima quando dà atto al governo Letta di essere «un punto di riferimento, al di là di ogni facile ironia» sulle politiche comunitarie, perché «non esiste Europa senza Italia»; la seconda quando accenna al ddl Delrio sull'abolizione delle Province, un «piccolo passo del governo Letta». L'ex premier ascolta senza prendere appunti. Alla fine Letta e Bersani applaudono a lungo il premier. L'ex segretario non risparmia tuttavia critiche a Renzi. «Benché questo governo non ha tra le sue qualità migliori l'umiltà - dice Bersani - è pur sempre un governo che ha bisogno di aiuto e questo aiuto bisognerà darglielo. È vero, si può parlare in queste aule come se ci si trovasse fuori dai Palazzi. Però vanno definiti meglio gli obiettivi. E, definiti gli obiettivi, sono pronto a dare una mano. Per come si è svolta questa vicenda e per come il presidente del Consiglio ha interpretato questo voto di fiducia, da domani gli italiani vorranno misurare lo spread tra parole e fatti. Il Pd? Reggerà, reggerà». Inizia il voto di fiducia. Letta vota e lascia Montecitorio senza fermarsi in Transatlantico. Potrebbe prendersi un'altra pausa di riflessione. Stavolta più lunga.
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