Ecco il lavoro nero ai mercati generali
Ci siamo infiltrati al Car, dove ogni giorno c'è l'assalto degli immigrati. Decine di ragazzi scavalcano le recinzioni e scaricano la frutta per pochi euro
Arrivano a frotte, ogni mattina a partire dall'alba. Prendono l'autobus, oppure scendono a piedi dalla collinetta dove sorge il vicino centro abitato di Setteville. Passano indisturbati sotto le finestre del centro direzionale e poi, come tante formiche che seguono un percorso già segnato, scavalcano le reti di recinzione a poche decine di metri dalle pattuglie della vigilanza privata, laddove evidentemente l'occhio ipertecnologico delle telecamere non può arrivare. Sono i cosiddetti «facchini abusivi», centinaia di migranti (per lo più irregolari) che prendono d'assalto i 140 ettari del Car di Guidonia, il Centro Agroalimentare Romano, sorto ormai da una decina d'anni al posto dei Mercati Generali di via Ostiense. Braccia affamate che provano a svoltare la giornata offrendo agli acquirenti i loro muscoli acerbi in cambio di pochi euro. Egiziani (tanti), tunisini, marocchini, albanesi, romeni, moltissimi minorenni; lavorano per tutto il tempo che serve, caricando casse, trasportando pedane, aiutando il datore di lavoro occasionale senza alcuna tutela o strumenti di protezione dagli infortuni. Poi la sera escono da dove sono entrati, molti con buste di frutta e verdura al seguito. Ogni tanto la vigilanza ne prende uno e lo caccia via: lui fa un giro al bar, aspetta una mezzoretta e poi scavalca di nuovo. Sempre dallo stesso punto. Arriviamo alle porte del Car intorno alle 8.30, dunque neanche troppo presto. Vediamo un gruppo di tredici ragazzi che si avvicina dalla Tiburtina. Superano l'edificio dove ci sono gli uffici, poi spariscono dietro il parcheggio. Siamo sempre all'esterno della struttura, dove senza un regolare badge e un documento non potremmo entrare. Dopo pochi minuti arriva un altro piccolo gruppo: uno di loro prova ad avvicinarsi ad un cancello verde, citofona: una guardia giurata gli dice di andare via. Lui gira l'angolo, si accorge della nostra presenza e dopo pochi secondi è dentro che corre verso i capannoni. Deve essere lì il «passaggio segreto», non c'è dubbio. Così ci sistemiamo in auto quasi di fronte, iniziando a fotografare. E a contare. Il flusso è costante, e inarrestabile. Arrivano a gruppi o da soli: alcuni sono spaventati, molti altri scavalcano con grande naturalezza, senza guardarsi intorno. Con l'auto della vigilanza che li vede passare, ma che non fa nulla. Si fanno così le 10, e soltanto in un'ora e mezza di appostamento abbiamo contato la bellezza di quasi 100 persone che «saltano» il cancello (94 per la precisione). «Mica entrano solo da qua – ci dice un frequentatore dei mercati – è un'invasione». Ma una volta entrati, cosa vanno a fare dentro il Car questi «disperati»? «Svoltano la giornata - racconta uno degli espositori che abbiamo incontrato - Aiutano gli acquirenti a caricare la merce in cambio di una mancia, trasportano pedane, fanno lavoretti e magari alla fine della giornata si portano via un po' di roba da mangiare. Così hanno guadagnato e hanno fatto spesa». Poi c'è il «commercio delle pedane rotte»: «Qui vicino c'è un'area dove vengono gettate via quelle vecchie: loro le sanificano e le vendono a chi gliele chiede». Molti sono minorenni, fra i 14 e i 17 anni. «Purtroppo sì - spiega - E piange il cuore a vedere questi ragazzini che stanno lì e lavorano come muli. Noi li segnaliamo, le guardie li cacciano e fanno la multa a chi in quel momento li sta sfruttando, ma poi loro rientrano dopo due ore. È un continuo, non se ne esce». È capitato ci siano state aggressioni: «Non succede spesso, la stragrande maggioranza è gente innocua che lavora. Ma la fame può far fare brutti scherzi e noi viviamo comunque in uno stato di allerta, se non di paura: qualcuno redarguisce uno di questi ragazzini e magari loro tirano fuori i coltelli, ci minacciano. Una guardia giurata è uscito con la clavicola rotta tempo fa da una rissa con alcuni egiziani, e anche il capo dei vigilanti si è beccato una botta in testa». Secondo l'imprenditore, però, non esisterebbe «nessun caporalato». «Non c'è un'organizzazione – racconta – forse qualcosa fra gli egiziani, che però finisce in ambito comunitario. C'è un problema di flusso incontrollato. E non ci sono solo quelli che scavalcano: in tanti si nascondono dentro i furgoni, e poi escono in massa al momento di caricare la merce». Il problema dunque, sarebbe circoscritto agli acquirenti: «Da noi ci sono regole troppo ferree – afferma – non possiamo rischiare multe salate o addirittura la chiusura del box. Può capitare, solo sporadicamente, che uno sta in emergenza e si fa dare una mano, ma è come quando dai l'euro a chi ti pulisce il vetro al semaforo o al parcheggiatore abusivo». E le forze dell'ordine? All'interno del Car lavorano venti guardie armate e dieci addetti alla sicurezza. C'è pure una sala operativa che monitora attraverso le telecamere tutto il mercato. Ieri, ad esempio, un immigrato abusivo minorenne è stato allontanato. Una goccia nel mare che non arresta l'invasione. L'area tiburtina è una zona a forte densità di microcriminalità, a fronte di un esiguo numero di agenti. Dalle testimonianze raccolte, all'interno della struttura pare esserci un forte contrasto fra i grossisti italiani e gli egiziani. E proprio dagli imprenditori italiani sono partite le segnalazioni alla magistratura di un vero e proprio «racket del lavoro nero», fatto di «circuiti di assistenza e solidarietà tra connazionali che costituiscono una fitta rete di sicurezza sociale agli immigrati egiziani a Roma», ma nel Car «questa rete ha assunto gli aspetti di un racket dove c'è chi sceglie chi lavora e chi no, che fissa tariffe, decide regolamenti di fatto e non teme scontri aperti con la legge».
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