Alla Videocon di Anagni il fallimento dei capitalisti indiani
L'azienda che produceva i televisori nel 2005 passò dalla francese Thomson alla famiglia indiana Dhoot. oggi è un cimitero industriale
«Abbiamo ammainato la bandiera indiana che sventolava sullo stabilimento della Videocolor di Anagni. L'abbiamo piegata e rispedita all'ambasciata». Così racconta a Il Tempo la vicenda della Videcolor, Paolo Sabatini, responsabile dell'Unione Sindacale di base dell'azienda che produceva cinescopi per televisori e che, acquistata dalla famiglia indiana Dhoot, è oggi un cimelio industriale. La vicenda risale al 2005 quando nella proprietà dell'azienda, gli indiani subentrano alla francese Thomson, rilevando di fatto un piccolo gioiello produttivo italiano perché le maestranze e i tecnici erano di grande livello. Certo la produzione rischiava di essere presto fuori mercato. Nella fabbrica si fabbricavano componenti per i televisori: dal tubo catodico agli schermi. Così gli indiani proposero una produzione più moderna. Non solo televisori, ma anche condizionatori e schermi al plasma, che all'epoca rappresentavano l'innovazione pura e più remunerativa. La Thomson, che era un'azienda pubblica francese, aveva tra le sue regole quella di non provocare licenziamenti nel momento in cui cedeva le attività. Così lasciò alla Videocolor «made in India», divenuta nel frattempo Videcon, anche una dote da 180 milioni di euro. Gli indiani ne spesero circa 90 nel frattempo per adeguare le linee produttive considerate vecchie e non più in grado sfornare prodotti tecnologicamente avanzati. Andarono a Taiwan ad acquistare un'azienda nuova. La fecero smontare e la trasferirono nel sito di Anagni. «Ma si dimenticarono i diagrammi e i prospetti per rimontarla» racconta Sabatini. Un'operazione sospetta. Qualcosa non quadrava. Ma gli operai della fabbrica ciociara non mollarono. Notte e giorno montarono, servendosi solo delle loro competenze e intuizioni, le linee produttive. «La proprietà rimase sbalordita» commenta il sindacalista Sabatini. Una prova di forza che spinse il rappresentante della famiglia Dooth a riprendere in mano l'investimento e a promettere, nel 2007, la riassunzione di tutto l'organico. Speranza tradita. Le peripezie della politica italiana e i rovesciamenti di fronte fornirono la motivazione ai Dhoot per andarsene da Anagni. Restò appeso anche il contratto di programma con il ministero dello Sviluppo economico che prevedeva l'impegno della Videocon a sostenere investimenti per 307 milioni di euro, 171 milioni per attività industriali e il resto per ricerca e sviluppo. Lo Stato ci metteva circa 36 milioni, la Regione Lazio altri 11. Solo una minima parte di tutto questo si concretizzò. Nonostante il governo avesse chiesto di andare avanti i circa 50 milioni di euro dello Stato restarono in cassa. «Gli indiani se ne sono andati con circa 100 milioni in cassa, lasciando 20 milioni di debiti» aggiunge Sabatini. Ad Anagni, comincia da allora una lunga serie di proteste, blocchi della produzione e cassa integrazione. Oggi nel sito industriale la bandiera indiana non c'è più. E nemmeno la speranza di un posto di lavoro.
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