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Addio ad Anita Ramelli Mamma coraggio della Destra

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di Valerio Cutonilli Il 23 dicembre è scomparsa Anita Ramelli. Il 13 marzo 1975 suo figlio Sergio, militante milanese del Fronte della Gioventù, fu vittima di una brutale aggressione da parte di un...

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Il 23 dicembre è scomparsa Anita Ramelli. Il 13 marzo 1975 suo figlio Sergio, militante milanese del Fronte della Gioventù, fu vittima di una brutale aggressione da parte di un commando dell'ultrasinistra. I suoi carnefici, dopo averlo atteso sotto casa, lo colpirono ripetutamente alla testa con l'Hazet 36, la voluminosa chiave inglese assurta in quegli anni a simbolo dell'antifascismo militante. Sergio si spense il 29 aprile, dopo settimane di agonia scandite dall'alternarsi incerto di periodi di coma e ingannevoli momenti di lucidità. Ore terribili che Anita Ramelli volle raccontare molti anni dopo al giornalista Luca Telese: «Ho sperato fino all'ultima sera, quando Sergio aveva 39 di febbre e faticava a respirare... Avrei voluto afferrarlo e portarlo via, a casa». Anita Ramelli affrontò il dolore con dignità, invocando sin dal principio giustizia e non vendetta. La compostezza mostrata durante il processo agli assassini del figlio, celebrato nella seconda metà degli anni Ottanta, rivela la caratura morale di una persona unica, indimenticabile. Così come non deve perdersi memoria dell'omicidio di Sergio, uno dei pochi di quegli anni per i quali esiste una ricostruzione giudiziaria. Ad assassinarlo fu un gruppo di studenti di medicina attivisti di Avanguardia Operaia, l'organizzazione dell'ultrasinistra che di lì a breve avrebbe iniziato a retrocedere nella legalità, per diluirsi in pochi anni all'interno di Democrazia Proletaria. Un omicidio banale, organizzato ed eseguito in modo particolarmente vigliacco da una formazione, più efficiente della polizia della DDR a raccogliere informazioni sugli avversari, a cui neppure i colleghi dell'eversione rossa hanno mai attribuito particolari doti di coraggio. I carnefici di Sergio agirono sapendo di potersi accanire contro un ragazzo solo, disarmato e indifeso. Durante il processo andarono in scena i loro fantasmi ormai impauriti, nascosti tra calvizie incipienti, cappotti eleganti e occhialoni alla moda dei gaudenti anni Ottanta. Certo, quello di Sergio non fu l'unico fatto di sangue nella Milano del 1975. Anche la sinistra pianse i suoi morti ammazzati, come i giovani Claudio Varalli e Alberto Brasili. Ma l'assassinio di Ramelli continua a suscitare orrore e non solo per la perizia dimostrata dai futuri medici nel brandire il loro gigantesco bisturi. Sì perché ad «armare» le mani dei giustizieri di Avanguardia Operaia furono in tanti, troppi. E nessuno di loro pagò mai per l'odio seminato in quegli anni, qualcuno anzi dimostra ancora oggi di non aver imparato a sufficienza la lezione. In fondo, agli occhi di un giovane di oggi Sergio Ramelli potrebbe apparire uno come tanti di quell'epoca. Portava i capelli lunghi, giocava a calcio, tifava per l'Inter di Mazzola ed era un fan scatenato di Adriano Celentano. Era portato per la chimica e la matematica, si sarebbe fatto strada di sicuro all'università. Ma all'epoca tutto questo non bastava, e non bastò, per vedere garantito a un ragazzino del Fronte della Gioventù il diritto di sopravvivere. Sì perché l'agguato del 13 marzo 1975 non fu un avvenimento occasionale o sfortunato. Esso costituì, al contrario, l'esito più coerente se non proprio scontato di un'infamia collettiva. Un'infamia collettiva che s'era consumata per mesi, in silenzio, all'interno dell'istituto tecnico Molinari frequentato da Sergio. Erano gli anni in cui firme eccellenti siglavano la richiesta di mettere fuorilegge il Movimento Sociale Italiano, un partito che in Parlamento sedeva sin dal 1948. Erano i mesi in cui qualche «padre costituente» difendeva pubblicamente gli assassini di Primavalle, sostenendo che la famiglia Mattei aveva appiccato il fuoco alla propria abitazione. Erano i giorni in cui Sergio, da solo, doveva difendersi da centinaia di compagni di scuola che non gli perdonavano la militanza nel Fronte della Gioventù. Sergio pagò con la vita la colpa di non avere paura. Di non avere quella stessa paura che portava i professori dell'istituto Molinari, almeno quelli che non davano istruzioni all'antifascismo militante, ad assistere complici alla persecuzione umana e politica di uno studente. Quella stessa paura che induceva i docenti del Molinari ad accettare come normali le assemblee d'istituto trasformate in processi stalinisti, a far finta di non vedere il «sequestro» dei temi irriverenti con le Brigate Rosse o i pestaggi dei venti contro uno lungo i corridoi. Questo, ancor più degli sguardi smarriti dei medici assassini di Avanguardia Operaia, continua a suscitare rabbia dell'omicidio Ramelli. A quanti rimangono, non certo alla signora Anita. Per lei è giunto il tempo di riabbracciare Sergio.

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