Ma lo Stato non può essere una soluzione permanente
I sostenitori del libero mercato, inclini a pensare che l'economia reale sia in grado di fronteggiare gli effetti della crisi con i propri anticorpi, si trovano a dover accettare - loro malgrado - la necessità di interventi pubblici a favore del sistema bancario, negli Usa come e più che in Europa. Fra l'altro, proprio nella patria del liberismo, è stato predisposto un super fondo per il salvataggio degli istituti di credito che ricorda molto l'Iri nell'Italia del dopoguerra. I sostenitori del neo-statalismo - nelle cui file sono passati, e in molti casi ripassati, molti liberisti di recente conversione - celebrano per parte loro il ritorno in auge delle politiche di intervento statale. In realtà, molti degli argomenti che stanno dietro a questa contrapposizione sono destituiti di fondamento. Con buona pace dei nipotini di Keynes - reduci e orfani del sistema di Welfare - il mercato non è affatto incompatibile con le regole: etiche, giuridiche, politiche. Al contrario, il mercato è un meccanismo allocativo della ricchezza prodotta che genera anche regole sue proprie. Quando queste risultassero inefficaci o comunque inducessero esternalità negative per la società, allora diventa legittimo ricorrere ad altre forme di normazione dei comportamenti. In questo senso - ha ragione Ludwig von Mises - «il mercato è sempre innocente»: le colpe che gli vengono attribuite - il far west, la jungla, l'immoralità o la superfluità dei prodotti, l'illiceità dei profitti - sono semmai imputabili alle azioni e alle scelte degli attori di domanda e di offerta. Il caso di Lehman Brothers, che ha innescato la spirale perversa dei crack di Borsa, appare al riguardo paradigmatico. La più piccola delle grandi banche d'affari americane era per il 30% nelle mani dei suoi manager che beneficiavano di sostanziose stock options. È facile immaginare che, per anni, questi abbiano avuto interesse a far salire vertiginosamente investimenti e rendimenti, a discapito di un'efficace politica di creazione di valore e contenimento dei rischi. Ed è così che si sono accumulati i prodotti «tossici» della banca, diffondendosi per contagio ad altri istituti di credito in tutto il mondo: mutui subprime, derivati «spazzatura», bolle speculative originati essenzialmente da cupidigia e avventatezza del management. Sono le regole del mercato ad aver determinato questo genere di devianze - falsi in bilancio, assunzioni spropositate di rischio, vere e proprie truffe ai danni della clientela - o non piuttosto la loro sistematica violazione? E poi, per tutto il vasto repertorio di fattispecie illecite che si pongono oggettivamente fuori dal mercato, non esistono forse le leggi penali e le agenzie di controllo come strumenti di deterrenza e repressione? È normale che, allorquando gli effetti perversi di una simile situazione ricadano a cascata sull'intera collettività (ovvero sulla comunità «globale», come è nel caso in questione), siano lo Stato o le autorità di governance internazionale a doversi fare carico dei costi proiettati sull'economia reale dei diversi paesi. Ma la soluzione non può essere permanente. Né la si può concepire come un'apertura indiscriminata al «Leviatano» - alla logica del governo «onnipotente» - negli spazi dell'autonomia della società e del mercato. Sarebbe la fine dello sviluppo capitalista. Sarebbe un rischio assai severo per la sopravvivenza stessa della democrazia.
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