la solita sinistra

Vittorio Feltri: Spin Time tempio dell'illegalità, regna l'idea che la felicità si trova fregando la proprietà privata

Vittorio Feltri

Scopro sulle pagine del Tempo che le forze dell’ordine hanno finalmente messo i sigilli a un palazzone romano dove le regole non esistono da 13 anni. 10 piani di occupazione abusiva conclamata e accettata, 400 persone residenti negli appartamenti senza averne diritto, un numero imprecisato di lingue, ricette e usi diversi che si confrontano all’ora del desco non capendo un accidente gli uni degli altri.

Si chiama Spin Time o tempo di rotazione, quello che probabilmente c’è voluto agli occupanti per trasformare l’ex sede Inpdap nel tempio dell’illegalità. Non è un caso forse che si trovi all’Esquilino, quartiere famoso per il suo mercato, la basilica di Santa Maria Maggiore e per essere un crocevia di casini e ladri del portafoglio a un passo dalla stazione Termini. Talmente abusivo, ovvero arroccato nell’idea che si debba fregare lo Stato per vivere bene ed essere felici, che la gente normale non ci fa più caso.

 

La narrazione al riguardo è un’iperbole di fandonie comuniste che la metà basta. E poiché l’ideologia progressista la fa da padrone, anche l’intelligenza artificiale si è adeguata arrivando a definirlo un esperimento di rigenerazione urbana e welfare comunitario senza precedenti con tanto di doposcuola, barbiere, cucina popolare.

Nei giorni scorsi un incendio ha imposto lo sgombero dell’edificio, 400 persone salvate dalle fiamme e dai fumi tossici e mandate via da quella babele senza regole. C’è voluto del tempo e non sono mancati i tentativi di ripristinare le occupazioni, ma alla fine prefetto, questore e ministro dell’interno hanno fatto l’unica cosa che dovevano: allontanare gli abitanti e chiudere il palazzo. Non è la prima volta. Un giorno del 2019 provarono a staccare la corrente elettrica per far sentire un po’ meno scemi i romani che pagavano le bollette regolarmente e intervenne un cardinale, anzi l’elemosiniere del papa. Si calò nel pozzetto della luce e rimosse personalmente i sigilli ai contatori, roba da non credere. Addirittura Sabina Guzzanti ne fece un docufilm intitolato «che fatica la democrazia», in cui celebrava modernità ed efficacia del modello abitativo definendolo un unicum nel suo genere nonostante la palese violazione di ogni regola. Qui di unicum c’è solo la fregatura: dello stato, della legge, delle istituzioni e di voi romani che accettate una simile prepotenza e non vi ribellate.

 

Immagino già i fiumi di polemiche e sollevazioni di piazza che si scateneranno in queste ore. Spunteranno nuovi prelati acrobati e nuovi attori coraggiosi. E non escludo che qualcuno del campo largo faccia il suo campo base davanti ai muri sghembi dell’edificio per ripristinare un esperimento di convivenza fannullona sulle spalle dello stato pantalone.

Non si può permettere. 13 anni di illegalità sono un abominio, 21 milioni pagati dallo Stato come risarcimento alla proprietà per non aver cacciato gli occupanti in passato sono uno schiaffo agli onesti che nessuno potrà mai sanare. Mantenere quella situazione e impedire il ripristino della legalità vorrebbe dire mandare all’aria lo stato di diritto.

 

Non che mi sorprenda. Non è certo il primo esempio di chiagni e fotti all’italiana. La fragilità e la funzione sociale sbandierate come giustificazione di ogni abuso. Come per gli antagonisti di Askatasuna, il centro sociale torinese legato a doppio filo coi no tav incendiari. O le mamme del Leoncavallo a Milano che devono allo stato 3 milioni di euro mai versati alla proprietà e hanno una tari da un milioncino mai saldata al comune. E poi le 3500 occupazioni abusive di Milano (solo nelle case popolari) e le diecimila di Roma. Lo Stato ci prova ma ne esce sempre sconfitto. Gli sgomberi non riescono a tenere il passo dell’illegalità.

Il risultato sono i quartieri ghetto che conosciamo. I vostri Torpignattara e Tor Cervara. Il nostro San Siro a Milano. Lì non si vive. Si vegeta. Più abusivi che regolari. Vernici sgretolate. Infissi rotti. Notti buie. Violenze disperate. Le madonnine delle edicole usate come bersaglio dai maranza islamici. E gli immigrati divenuti maggioranza, non perché l’integrazione sia riuscita, ma perché gli italiani che potevano sono scappati a gambe levate.

Si fanno le ronde per proteggere le case. E gli inquilini sono sempre all’erta. Non è evoluzione sociale. Ma involuzione verso la civiltà barbarica. Pagano i fragili, gli anziani, le famiglie bisognose in lista d’attesa per una casa che non avranno mai perché qualcuno l’ha occupata. Ci guadagnano i criminali, i furbetti i guardiani del racket, gli spacciatori, gli antagonisti, gli incendiari. Dicono che il palazzone dell’Esquilino funzionasse alla perfezione come modello di accoglienza e mutualismo, aveva le sue regole, i suoi cardini, i suoi tre piani aperti alla cittadinanza, persino una redazione. Ma se funziona l’illegalità vuol dire che lo stato ha fallito.

Il Tempo di Capezzone ha giustamente fatto l’elenco delle occupazioni abusive che ammorbano Roma. Ne ha disegnato i contorni, i crimini, gli anfratti. Il palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme era uno di questi ma chissà quanti altri. Lo stato non deve mollare di un centimetro, non deve cedere nulla agli occupanti e agli illegali. E neppure farsi prendere per il naso dal coretto progressista che sventola la favola dell’integrazione calpestando la gente onesta.

La nuova legge sulle occupazioni abusive voluta dal governo Meloni prevede regole e pene severe, si proceda nell’applicazione e basta.
Vuoi una casa paghi l’affitto e le bollette come tutti, altrimenti esci. E se occupi sei punito. Fino a 7 anni di carcere. Non è fascismo. E la prima regola di una convivenza civile.

 

C’era una vecchietta a Ponteranica, comune nel quale mi pregio di aver vissuto per lungo tempo, che abitava in un appartamento modesto del paese. Un giorno andò a fare la spesa nel mercatino vicino e quando tornò trafelata con le sacche piene di frutta e verdura trovò la porta sbarrata e la serratura bloccata. Suonò il campanello e venne accolta dalla faccia estranea di un tizio che aveva stabilito la residenza nel suo salotto. La poveretta chiamò le forze dell’ordine, i vigili, il sindaco, ma nessuno mosse un passo. Poi si rivolse al figlio muratore, il quale finito il turno di lavoro si recò sul posto, scardinò il chiavistello abusivo e in cinque minuti cacciò via gli occupanti a suon di pedate. Qualcuno gridò allo scempio. Molti plaudirono il muratore bergamasco. Fatto sta che da allora nessuno si palesò in paese per occupare la casa dell’altro.

Non so se sia verità o leggenda ma rende bene l’idea di giustizia che vige dalle nostre parti. Se paghi l’affitto e rispetti la legge, hai diritto a restare. Se non paghi e occupi ciò che non ti appartiene, sei fuori.

Ecco, avrei una proposta per le anime progressiste e per la Salis protettrice degli occupanti: aprano le loro porte a una decina dei 400, facciano spazio nei loro salotti e cedano le loro cucine agli intingoli speziati delle varie nazionalità. Metteranno in atto una rigenerazione urbana e umana senza precedenti. E forse capiranno cosa c’è di fallimentare nell’abusivismo e nelle fandonie che propina il campo largo, passandole per integrazione e modello di politica illuminata.