artisti gelati

Elio Germano e la cooperativa rossa degli artisti battuti al Consiglio di Stato. Vince Netflix

Ignazio Riccio

Per migliaia di attori e doppiatori italiani arriva una doccia fredda dal massimo organo della giustizia amministrativa. Il Consiglio di Stato ha messo la parola fine, almeno per ora, al braccio di ferro con "Netflix" sulla questione dei compensi: la piattaforma non sarà obbligata a condividere dati più approfonditi su ascolti, incassi e abbonati legati alle opere interpretate dai suoi attori. A guidare la battaglia, cominciata diversi anni fa, è stato il collettivo "Artisti 7607", la cooperativa che riunisce oltre 3.000 interpreti del cinema e dell'audiovisivo italiano e che vede tra i suoi fondatori anche l’attore Elio Germano. Una realtà nata con uno scopo preciso: far valere il diritto degli interpreti a una remunerazione proporzionata al reale sfruttamento commerciale delle loro opere, anche quando queste continuano a circolare per anni su una piattaforma streaming.

 

 

Il nodo della vicenda è semplice da spiegare ma complicato da risolvere: come si calcola un compenso equo se non si conoscono i numeri reali di chi guarda un film o una serie? È la domanda che "Artisti 7607" ha posto a "Netflix" già nel 2021, rivolgendosi poi all'Agcom per chiedere l'intervento dell'Autorità. Senza cifre precise su visualizzazioni e ricavi generati dalle singole opere, sosteneva la cooperativa, qualunque calcolo dei compensi dovuti per legge resta privo di basi solide. Una battaglia che Germano aveva reso pubblica già negli anni precedenti, raccontando a "Propaganda Live" la fatica di ottenere trasparenza dalle grandi piattaforme su quanto effettivamente incassano dalle opere distribuite e su quante volte queste vengono trasmesse. Una mancanza di informazioni che, secondo l'attore, finisce per penalizzare chi lavora nel settore, costretto ad accettare compensi spesso non commisurati al successo reale dei propri lavori. "Netflix" ha sempre negato qualsiasi violazione, ribadendo di muoversi nel pieno rispetto della normativa italiana ed europea in materia di trasparenza retributiva.

 

 

La vicenda è passata attraverso l'intero percorso della giustizia amministrativa senza che la posizione iniziale dell'Agcom venisse mai ribaltata. Prima l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, poi il Tar del Lazio, e infine il Consiglio di Stato hanno tutti concordato sullo stesso punto: la legge non impone a "Netflix" obblighi informativi più estesi di quelli già in vigore. Ma la sentenza definitiva contiene anche un passaggio che riguarda da vicino la stessa "Artisti 7607". Secondo i giudici di Palazzo Spada, prima di poter pretendere maggiore trasparenza da "Netflix", la cooperativa dovrebbe essa stessa rendere più chiara la propria struttura interna: quanti artisti rappresenta realmente, e con quali criteri vengono calcolate e distribuite le tariffe tra i propri iscritti. Un rilievo che apre, di fatto, un fronte parallelo sulla governance delle collecting society italiane, spesso chiamate in causa proprio sul tema della trasparenza che rivendicano nei confronti di altri soggetti. Sul piano giudiziario, la partita tra "Artisti 7607" e "Netflix" si chiude qui, con la piattaforma che esce vittoriosa. Ma il tema di fondo - quanto debbano essere trasparenti le piattaforme streaming sui propri numeri, e quanto questo incida sui compensi di chi lavora nell'audiovisivo - resta tutt'altro che risolto. Una questione che negli ultimi tempi ha coinvolto non solo gli attori ma anche altre categorie del settore, sempre più determinate a chiedere conto a chi controlla distribuzione e incassi delle opere a cui contribuiscono.