I GUAI DELLA RELATRICE ONU
Albanese non ride più: la Corte d’Appello Usa ripristina le sanzioni
Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Palestina, aveva esultato troppo presto. Il 13 maggio scorso pensava che la questione fosse risolta per sempre. Venerdì scorso, invece, la Corte d’appello del Distretto di Columbia ha ripristinato le sanzioni nei suoi confronti dopo che, una decina di giorni fa, un giudice federale le aveva sospese. Per ora, quindi, gli Stati Uniti possono continuare ad «attuare e far rispettare la designazione di Francesca Albanese come cittadina straniera designata ai sensi dell’Ordine Esecutivo 14203». A darne notizia, su X, è Hillel Neuer, direttore dell’organizzazione non governativa UN Watch, il quale fa notare come «in seguito all’esame della richiesta d’urgenza del governo degli Stati Uniti per una sospensione amministrativa immediata e una sospensione in attesa dell’appello, la Corte ha disposto la sospensione amministrativa parziale dell’ordinanza di ingiunzione preliminare emessa dal tribunale distrettuale il 13 maggio 2026, in attesa di ulteriori provvedimenti della Corte».
Dopo la decisione di primo grado, tutta la sinistra nostrana aveva cantato vittoria schierandosi al suo fianco. La deputata del Pd Laura Boldrini aveva parlato di «boccata d’ossigeno». La collega del M5S, Stefania Ascari, le aveva fatto eco, definendo un «atto di civiltà giuridica» aver bloccato quelle «misure intimidatorie nei suoi confronti». Attenzione però, come nel caso della prima decisione, anche quella della Corte di appello si configura come una sospensione, per «dare alla Corte sufficiente opportunità di esaminare la richiesta d’urgenza di sospensione in attesa dell’appello e non deve essere interpretata in alcun odo come una decisione nel merito di tale richiesta», si legge nel provvedimento.
Occorre ricordare che le sanzioni nei confronti dell’Albanese erano state assunte per le sue posizioni pubbliche contro Israele. Il segretario di Stato Marco Rubio aveva definito quello dell’Albanese un «antisemitismo sfacciato», accusandola di aver intrapreso «una guerra politica ed economica contro gli Stati Uniti e Israele». Per questi motivi era stata inserita in una "black list" che comporta una serie di restrizioni, come l’impossibilità di usare le principali carte di credito o di effettuare transazioni bancarie. La causa per la revoca delle sanzioni è stata intentata dal marito di Albanese, Massimiliano Cali, dipendente della Banca Mondiale, il quale agendo anche per conto della figlia (nata negli Stati Uniti e quindi cittadina americana), ha sostenuto che le sanzioni inflitte dal Dipartimento di Stato del 2025 violino i diritti di libertà di espressione della consorte. «Siamo impossibilitati a vivere nella nostra abitazione nella capitale, non possiamo aprire un conto in banca né usare una carta di credito». A dar loro ragione in primo grado era stato il giudice Richard Leon. Si tratta dello stesso magistrato che ad aprile scorso si era pronunciato contro la famosa Ballroom, il Salone dei ricevimenti che Donald Trump ha ordinato di costruire alla Casa Bianca. Una decisione, quella, che aveva scatenato le ire del presidente americano.