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Rai, in onda il risiko dei poteri tra Bruxelles e Palazzo

Foto: Il Tempo

Luigi Bisignani
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Caro direttore, finché c’è proroga c’è speranza. Questa volta a beneficiarne potrebbe essere il «piccolo mondo antico» della Rai, il nostro personale Stretto di Hormuz. L’incubo di Viale Mazzini ha un nome e un cognome: European Media Freedom Act. Il regolamento europeo — direttamente applicabile in quanto atto erga omnes — è entrato in vigore l’8 agosto 2025. Ciò significa che l’Italia si trova già in una condizione di ritardo, soprattutto sul fronte della riforma della governance Rai. Il Cda in carica nasce infatti dall’impianto della «legge Renzi», che ha rafforzato il peso del governo nelle nomine e nei conti. Per questo sono in corso trattative riservate tra il governo italiano e Bruxelles, con l’obiettivo di guadagnare ancora tempo ed evitare uno scontro, e si ragiona già su un possibile riassetto normativo — con il coinvolgimento dell’Agcom — per riallineare il sistema ai criteri fissati a livello europeo. Se l’adeguamento non arriverà rapidamente potrebbero aprirsi scenari nefasti anche per gli attuali vertici. In caso di inadempienza, la Commissione europea può avviare una procedura di infrazione, con sanzioni economiche, come già accaduto, ad esempio, per l’Ungheria di Viktor Orbán.

Non è solo una questione di governance. C’è anche un altro nodo: il finanziamento, ai sensi dell’articolo 5. Il regolamento europeo impone che le risorse al servizio pubblico siano assegnate con criteri trasparenti e su base pluriennale, riaprendo così anche il dibattito sul canone. Ed è proprio in queste ore di incertezza che, nello Stretto di Hormuz della Rai — tra Saxa Rubra e via Teulada — si incrociano, come sempre, potere, visibilità, carriere, appalti e storie personali che alimentano, complicano e agitano la giungla del potere nei palazzi romani. E non solo: dalle logge più riservate del Vaticano fino alle grandi aziende pubbliche e a Piazza Dante, affollato condominio di DIS, AISE e AISI, dove le variazioni d’umore di Saxa Rubra sembrano talvolta pesare più di scenari ben più incandescenti. Intuendo la tempesta, ai piani alti c’è chi tenta di definire i palinsesti autunnali prima di un possibile scioglimento, così da «blindare» personaggi e programmi di riferimento almeno fino a gennaio 2027. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi, in difficoltà anche per la mancata costruzione di una proposta informativa efficace sui referendum — soprattutto se confrontata con quella, martellante, di La7 — prova a muoversi prima che arrivi il ciclone, tanto da avviare anche una corte serrata per riportare in veste del «figliol prodigo» Nicola Porro in prime time su Rai Uno da Mediaset. Si sussurra che stia immaginando anche una sua possibile via di fuga: una Rai 2 «allargata», capace di accorpare cinema, fiction e documentari in un polo da oltre 500 milioni di euro, di fatto una seconda Rai costruita attorno alla sua figura. Un’ipotesi che però troverebbe forti resistenze sia in Cda — dove lo scontro più acceso è sempre quello tra i due leghisti, il deus ex machina Antonio Marano e Alessandro Morelli, sotto lo sguardo divertito di Simona Agnes — sia in Commissione di Vigilanza, presieduta da Barbara Floridia.

Nel frattempo, mentre Rossi valuta le sue opzioni, resta salda la direzione del Tg1 di Gian Marco Chiocci, al netto delle voci che lo vorrebbero a Palazzo Chigi alla guida dell’informazione del governo. Le autocandidature che continuano a circolare — da Francesco Verderami del Corriere della Sera, grande fan della premier, a Incoronata Boccia, considerata vicinissima all’Ad, fino a un grande professionista come Nicola Rao — restano, per ora, senza possibilità di approdo all’ammiraglia Rai, a meno che Chiocci, forte di un gradimento trasversale, non approdi in tempi brevi al vertice aziendale, come già avvenuto con Mario Orfeo. In questo clima, anche pesci più piccoli si agitano in cerca di una nuova collocazione. Al centro del risiko c’è Stefano Coletta: il coordinamento dei generi che guida assomiglia sempre più a una sorta di «DIS» interno, una cabina di regia che tutto vede e tutto controlla, capace di orientare scelte e palinsesti trasversalmente. Non a caso, attorno a lui si immagina un ulteriore rafforzamento del presidio sul prime time, anche a costo di uno spostamento di Williams Di Liberatore verso il daytime. Un prime time che, sotto la sua gestione, ha brillato solo a tratti: tra le eccezioni, Affari tuoi, Stasera tutto è possibile con Stefano De Martino e il franchise The Voice di Antonella Clerici, capace di tenere testa a Maria De Filippi.

Smottamenti anche a Rai Cultura, dove si fa strada Angelo Mellone, finora responsabile del daytime e molto attivo anche sul versante del suo night time, impegnato in una frenetica attività di eventi di ogni tipo. Sul fronte dell’offerta, Rai Italia resta guidata da Maria Rita Grieco, ma cresce l’idea che serva un profilo più orientato al prodotto: tra i nomi circola quello di Gianfranco Zinzilli, oggi alla guida di Rai Radio Digital con risultati solidi. Tra gli outsider si muove Andrea Assenza, vice di Mellone e fedelissimo dell’Ad, che punta alla direzione dei contenuti digitali e transmediali, oggi affidata ad interim a Marcello Ciannamea, tra i dirigenti più solidi per risultati e affidabilità, recentemente investito anche della distribuzione. Solo a valle di questi movimenti si avverte l’agitazione più minuta nelle redazioni — e in particolare a RaiNews24 — dove i pesci piccoli inseguono occasioni e visibilità, in un clima reso più teso dal monitoraggio del Cdr. Emblematico è il caso del vicedirettore Luigi Monfredi: in passato molto aiutato da Paolo Petrecca — finito al centro delle polemiche per il disastro nella giornata inaugurale delle Olimpiadi — al quale, secondo i consueti spifferi interni, avrebbe poi voltato le spalle. Oggi tenta di ritagliarsi spazio riallacciando vecchie relazioni nel centrodestra e in ambienti vaticani ormai fuori gioco, nel tentativo di scalzare Antonio Preziosi, direttore del Tg2 penalizzato negli ascolti. Ed è lo stesso Preziosi a far filtrare l’ipotesi di un possibile approdo in Vaticano come prefetto del Dicastero per la Comunicazione, accreditando — secondo i consueti spifferi — una supposta benedizione del segretario di Stato Pietro Parolin, ma all’insaputa di Papa Leone, con l’obiettivo di scalzare la «coppia d’oro» formata da Paolo Ruffini e Andrea Tornielli.

Anche a RaiSport non si placa il malumore: Giulio Delfino e Riccardo Pescante non si danno ancora pace per la nomina, arrivata con anni di ritardo, di Marco Lollobrigida dopo il tracollo della gestione precedente. Lollobrigida, volto storico e riconosciuto, verrà ratificato nel prossimo, infuocato Cda di giovedì. Ma quando si parla di Rai non si può prescindere dai grandi volti. Come Mara Venier, che a ogni fine stagione torna a evocare l’addio a Domenica In, alimentando le manovre attorno alla sua successione e le tensioni tra gli agenti più influenti, da Caschetto a Presta. Last but not least, Sigfrido Ranucci, da sempre spina nel fianco di tutti i governi da «tele-Renzi» a «tele-Meloni»: per lui si profila una norma che potrebbe costringerlo a smaltire subito le ferie arretrate, mettendo di fatto a rischio il suo ruolo in Report. Intanto si prepara anche la grande rentrée di Piero Marrazzo con «Le verità nascoste», dal titolo tutto un programma in arrivo su Rai3. La sensazione è quella di una Rai in continuo movimento, dove tutto cambia perché nulla cambi davvero. O forse sì.

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