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Referendum, l'amarezza del pm Visone: “Dispiace che l'Anm sia diventato un soggetto politico”

Foto: Il Tempo

Gaetano Mineo
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Magistrato alla Dda di Napoli, che fa capo all’ufficio di Nicola Gratteri, Giuseppe Visone è una voce fuori dal coro nell'associazionismo giudiziario. È iscritto all’Associazione nazionale magistrati (Anm) ma ne critica la deriva politica. Ed è favorevole alla riforma della giustizia «perché è arrivato il momento di separare l’Anm e le sue correnti dal Consiglio superiore della magistratura». In altri termini, «le correnti non devono più condizionare le scelte del Csm».

Come si vive questa campagna referendaria dalla Procura di Napoli?
«Con preoccupazione e rammarico. Il clima che si respira è fatto di argomenti capziosi, toni scomposti, conflittualità fuori controllo. Rischiamo di trovarci davanti a macerie che fanno male a tutti: nelle aule di giustizia ci si confronta, non si fa la guerra».

Nessun partito del centrosinistra ha dato vita a un comitato del No, invece l’Anm l’ha fatto. Che messaggio arriva al cittadino?
«Un messaggio devastante. Costituendosi in comitato, l’Anm si è autolegittimata quale soggetto politico. E sebbene io stesso ne faccio parte, non posso accettare questa scelta».

 

 

I contrari alla riforma sostengono che la separazione delle carriere mette il pm sotto il controllo del governo.
«Io mi confronto con i testi normativi, non con scenari complottistici. Il nuovo articolo 104, oggetto del quesito, ribadisce che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Si interviene soltanto sulla distinzione tra carriera giudicante e requirente. Il pericolo di subordinazione non si legge, quindi non c’è».

Lo scandalo Palamara sembrava una bomba atomica ma alla fine non è cambiato nulla.
«Quell’episodio avrebbe dovuto essere l’occasione per avviare un profondo percorso di autocritica. Invece si è concluso con l’individuazione di quattro capri espiatori che non erano il problema, ma il suo sintomo: quello di un sistema che si reggeva su logiche di appartenenza. Non si è fatto nulla. Il problema è stato nascosto sotto il tappeto. Il potere discrezionale viene piegato alla logica di corrente. Un dato eloquente: negli ultimi anni sono aumentate esponenzialmente le pronunce di annullamento da parte della giustizia amministrativa di decisioni del Csm. Il Tar e il Consiglio di Stato hanno più volte stigmatizzato l'incapacità del Csm di rispettare le proprie stesse norme. Il potere discrezionale è stato piegato alla logica di appartenenza. Questo non può continuare».

 



Il sorteggio può spezzare questo meccanismo?
«Sì, e chi sostiene che il sorteggio svilisce i migliori sbaglia premessa. Il punto è un altro: chi viene designato per sorteggio non ha debiti con nessuna base elettorale, non deve rendere conto a nessuna corrente. Può — e deve — valutare i colleghi esclusivamente sul merito, sul curriculum, sulle qualità professionali. Per troppo tempo le nomine consiliari sono state guidate dalla logica di appartenenza, mortificando la stragrande maggioranza di magistrati che ogni giorno lavora in silenzio».

Il caso Emiliano, un magistrato che dopo 22 anni in politica chiede il reintegro in magistratura, non rischia di rafforzare il concetto di magistratura politicizzata?
«Al di là del dato normativo, esiste un dato etico che rappresenta la precondizione della nostra attività. E non si tratta di accanimento verso una persona: casi come questo incidono sull’immagine dell’intera magistratura. Chi ha dedicato anima e corpo alla politica non può tornare a fare il magistrato in modo credibile agli occhi dei cittadini».

 

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