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Giustizia, “solo i ricchi potranno difendersi”. L’ennesima balla di Gratteri

Domenico Caiazza - Presidente del Comitato Sì Separa

«Con quella toga puoi dire ciò che vuoi»: la parafrasi di uno slogan pubblicitario degli anni ’60 esprime alla perfezione le regole di ingaggio mediatiche del Procuratore Nicola Gratteri. Primo: deve essere rigorosamente esclusa la presenza di un contraddittore, tanto più se tecnicamente attrezzato (tipo avvocato o professore universitario). Secondo: deve essere garantita la presenza di un giornalista fermamente disposto a non formulare nessuna domanda confutativa o anche solo verificativa di quanto asserisca l’intervistato, del tipo «scusi, dove è scritto nella riforma quello che Lei sta affermando?», o simili. Queste due semplici regole, senza il rispetto delle quali non vedrete mai in TV o sui giornali il Procuratore Gratteri, spiegano le strabilianti esibizioni del Nostro. L’ultima è fantastica. L’intera redazione del Fatto Quotidiano, direttore in testa, dedica una intervistona, con apertura in prima, nella quale il Procuratore si è superato, senza che uno solo dei presenti battesse ciglio. Con la separazione delle carriere - ci informa - il PM non sarà più onerato dal dover raccogliere le prove anche a favore dell’imputato. Ora, lasciamo perdere quanto questa regola oggi sia effettivamente rispettata; il fatto è che essa è dettata dall’art 358 del codice di procedura, che la riforma si è ben guardata dal modificare o abrogare. Dunque, una conseguenza della riforma solo nella testa di Gratteri, ma rappresentata al lettore, e recepita dagli intervistatori, come conseguenza tecnica della vituperata riforma.

 

 

Ancor più incredibile la seconda affermazione: grazie alla riforma, solo i ricchi potranno difendersi, i poveri sono fottuti. Qui sono certo che almeno qualcuno degli intervistatori avrà avuto la tentazione di chiedere: «cioè, perché? e in quale parte della riforma?» ma, come ho ricordato, una delle regole di ingaggio lo ha impedito. La parvenza di spiegazione che abbiamo potuto cogliere starebbe nel fatto che la riforma trasfigurerebbe il PM in «avvocato dell’accusa», ciò che lo libererebbe da ogni vincolo investigativo, e che farebbe perciò solo (boh) impennare il costo della difesa. Ferma la misteriosa oscurità logica del ragionamento, sta di fatto che quella trasfigurazione in “avvocato dell’accusa” sarebbe possibile solo alla ovvia condizione che il PM venisse estromesso dall’ordine giudiziario, cosa che la riforma, al contrario, si guarda bene dal fare («Art. 104. La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente»).

 

 

Infine, l’apoteosi, innescata da una domanda fondata - un classico della casa - su di un presupposto falso: «Quale sarà il rischio di avere un PM sotto l’esecutivo?». Qualunque tecnico del diritto avrebbe risposto che la riforma non solo non prevede, ma anzi vieta questa ipotesi, come chiarisce il sopra trascritto art. 104 comma primo della Costituzione. E invece il Procuratore parte in quarta, spiegando dunque che, se la riforma verrà approvata, il Ministro o il Parlamento diranno ai PM: 'da oggi si indaga sulle truffe on line; corruzioni e peculati solo se vi resta tempo'. Insomma, un fantastico hellzapoppin’ dell’arbitrio argomentativo, dell’abuso senza freni del diritto di chiedere e di rispondere dicendo quel che ci pare, ma presentandolo come una illustrazione tecnica ed autorevole del contenuto della riforma sulla quale i cittadini, così rigorosamente informati, potranno votare consapevolmente ed inesorabilmente NO. Sipario.