Indipendenza dei giudici a rischio. Fuoco incrociato delle toghe rosse
Il termine toghe rosse, fino a questo momento, doveva essere solo un’espressione giornalistica per indicare magistrati politicamente orientati. Ma nel momento più sacro per chi si occupa di giustizia, ovvero l’inaugurazione dell’anno giudiziario, siamo andati oltre. Nel 2026, infatti, non è bastato sventolare la Costituzione. La corrente si trasforma in partito e attacca apertamente il governo. Da Napoli a Milano, assistiamo a un vero e proprio fuoco incrociato da parte delle procure nei confronti dell’esecutivo. L’obiettivo è comune: svilire le ragioni del "Si", facendole passare come attacco al terzo potere. Nicola Gratteri tiene un vero e proprio comizio in quel di Napoli. «Tutte queste riforme sulla giustizia - spiega - non servono assolutamente a velocizzare i processi e a dare risposte alle persone che hanno bisogno». Si rivolge, poi, direttamente al Guardasigilli, che qualche ora prima aveva definito una «blasfemia» sostenere che la sua riforma mini l’indipendenza della magistratura: «Utilizzato un termine inappropriato».
Medesime stoccate arrivano anche da altre importanti città d’Italia. Dall’Aula Europa della Corte d’Appello di Roma, il presidente Giuseppe Meliadò, ad esempio, sostiene come le toghe non siano mai state così «vulnerabili». La causa, a suo parere, è l’esposizione «alle censure di un senso comune che le descrive come una minaccia e una trappola per l’esercizio dei pubblici poteri, invece che come un insostituibile regolatore della complessità sociale». Secondo la sua dettagliata analisi, la democrazia sarebbe addirittura a rischio.
Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca l’intervento del procuratore generale Giuseppe Amato. Quest’ultimo parla di testo blindato, teso a mortificare le altre iniziative. Modus operandi, dunque, «mortificante» per una categoria che, a causa di tale cambiamento, rischia di chiudersi in sé stessa, smarrendo il senso della propria imparzialità.
Ancora più dura la lettura della procuratrice generale di Milano Francesca Nanni che definisce la riforma «inutile e punitiva, a fronte di carenze personali e di strumenti».
Il clima, quindi, è bollente, seppure siamo in pieno inverno. Lo stesso sottosegretario Alfredo Mantovano deve chiarire come nel caso in cui vincesse il "Sì" «non sarà l’Apocalisse». Dello stesso parere, il capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, che richiama tutti al rispetto dei ruoli, invitando i magistrati a una continenza istituzionale.
Finanche il nome di Falcone, l’eroe della lotta alla Mafia, finisce nel tritacarne referendario.
«Si utilizza - ribadisce Matteo Frasca, presidente della Corte d’Appello di Palermo - strumentalmente il suo nome. Contrariamente a quanto attribuitogli con disinvoltura dai sostenitori della riforma, egli non ne era apodittico sostenitore, ma l’avrebbe posta all’attenzione degli addetti ai lavori come argomento sul quale confrontarsi».
Detto ciò, tali affondi, seppure durissimi e ingiustificabili, non rappresentano l’intera categoria. Tanti sono i giudici, che in tutta Italia, a partire da Milano, applaudono quando il collega di turno sostiene che sia necessario modificare lo status quo. Ecco perché Nordio è convinto che «l’atmosfera arroventata» delle ultime ore qualunque sia l’esito del referendum sarà superata. «Se dovessero prevalere i "no" - chiarisce il ministro - accetteremo la volontà popolare, mentre se dovessero prevalere i sì inizieremo subito, il giorno dopo, un dialogo con la magistratura, l’avvocatura e il mondo accademico».
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