Antonio Di Pietro: "La riforma convincerà anche Gratteri. E non spostai la pistola di Gardini"
Una vita a cavallo fra magistratura e politica, dopo un periodo di ritiro nella sua amata campagna molisana Antonio Di Pietro ha deciso di tornare in campo con il Comitato Sì Separa della Fondazione Einaudi per convincere i cittadini a votare a favore della riforma della giustizia.
Dopo aver visto il malaffare che imperversava in politica come le è venuta la voglia di candidarsi lasciando la magistratura?
«Io non mi sono dimesso affatto da magistrato per fare politica tanto è vero che le mie dismissioni dalla magistratura risalgono agli inizi del mese di dicembre 1994 mentre mi sono candidato per la prima volta al Parlamento in occasione delle elezioni politiche suppletive del 9 novembre 1997 e cioè ben tre anni dopo. Mi sono dimesso non perché non mi piaceva più fare il Pubblico Ministero, bensì perché non me l’hanno più lasciato fare in quanto mi avevano accusato che io facevo quel mestiere senza guardare in faccia a nessuno e quindi era meglio togliermi di mezzo con una serie di dossieraggi calunniosi nei miei confronti per cui da Pubblico Ministero ero passato a fare l’imputato».
È vero che Berlusconi le chiese di fare il ministro?
«Sì, è vero che mi chiese di fare il Ministro dell’Interno. Io, doverosamente (dato il ruolo istituzionale che rivestiva) mi sono recato nel suo ufficio e lì altrettanto doverosamente gli feci presente che non ero interessato a svolgere tale incarico perché dovevo completare il processo Enimont (che non riguardava lui) e che stavo portando avanti davanti al Tribunale di Milano».
A proposito di Enimont, ho letto sul Corriere della Sera una sua intervista. Dal titolo sembrerebbe che lei abbia spostato la pistola con cui si sarebbe ucciso Raul Gardini. Ma ha inquinato la scena del delitto?
«Sono i soliti titoli ad effetto per fare notizia. In realtà, il primo ad intervenire fu l’allora maggiordomo, il quale accorse al momento dello scoppio e trovò la pistola fumante ancora in mano a Gardini. Subito dopo arrivarono i medici, i carabinieri ed anche io che trovando la pistola già tolta dalle mani di Gardini, e dopo aver fatto fare i dovuti rilievi, la presi per il bordo del manico con un fazzoletto e la misi sul mobile per permettere di spostare il cadavere».
Come è cambiata secondo lei la politica da ieri a oggi?
«Beh, la politica della Prima Repubblica è stata costellata da tante ombre ma anche da tante luci. Sicuramente il fenomeno della corruzione diffusa è stato un danno sia per la credibilità stessa della politica che per le casse dello Stato che oggi, proprio a causa dello sperpero di tanto denaro, si ritrova indebitato fino al collo. Bisogna riconoscere che in quel periodo molti princìpi solo enunciati nella Costituzione, vennero attuati a cominciare, ad esempio, dalla parità di genere, le rivendicazioni salariali, il divorzio, la lotta al terrorismo ed alla mafia, ed anche una maggiore attenzione ai diritti da riconoscere a chi si è trovato a dover rispondere delle proprie azioni nelle aule dei tribunali specie con l’avvento del sistema accusatorio nel processo penale».
Nel 1998 fonda l’Italia dei Valori, come nacque il nome e il simbolo? Perché proprio Italia dei Valori?
«Era un periodo di transizione, dopo la caduta della Prima Repubblica e c’era un vuoto politico da colmare. A quel punto ho ritenuto opportuno entrare nelle istituzioni parlamentari per poter partecipare alla vita politica del paese. Per me si è trattato di un servizio pubblico e, per questo, è stata un’attività temporanea... Nel simbolo ho messo una colomba perché sapevo che prima o poi mi avrebbero impallinato!».
Un partito che ha portato in Parlamento persone preparate ma anche Razzi e Scilipoti, ma chi le faceva le liste?
«Razzi e Scilipoti, dopo essere stati eletti, hanno tradito il mandato che il partito Idv aveva loro assegnato perché si sono lasciati circuire da altri partiti che gli avevano assicurato la rielezione. In quella stessa legislatura, però, si sono comportati allo stesso modo (hanno cioè cambiato casacca) altre 150 persone circa (provenienti da tutti i partiti). Quindi quei politici che sparlano ora di me farebbero bene a guardarsi prima allo specchio. E voi, la prossima volta provate a citare anche questi altri transfughi e vi accorgerete che ve ne sono molti anche peggio dei due che ha ora indicato Lei».
Nella quinta legislatura europea è stato presidente della delegazione per le relazioni con i paesi del Sud America e Mercosur. Cosa ne pensa del recente accordo e che cosa è cambiato secondo lei rispetto a quando non facevamo l’accordo per lo squilibrio che c’era fra i nostri regolamenti sugli alimenti e quelli che vigono in Sud America?
«Meglio tardi che mai. Avevamo bisogno eccome di questo accordo che finalmente l’Europa è riuscita a mettere in piedi. È un accordo che è utile per i cittadini del Sud America (che finalmente non devono più passare sotto il nodo capestro dei tanti trafficanti che speculano sulle loro produzioni) e per noi Europei che, almeno per una volta, riusciamo a parlare con una voce sola».
C’è oggettivamente un problema sicurezza in Italia, Meloni ha attribuito la colpa alla magistratura che libera i soggetti che le forze dell’ordine riescono a beccare. È così?
«Che ci sia, a volte, un occhio troppo benevolo da parte della magistratura verso dei disperati che delinquono è vero ma il vero problema è l’insufficienza e l’inadeguatezza del sistema carcerario italiano. I posti sono quelli che sono e, se si deve mettere dentro un delinquente, bisogna necessariamente mettertene fuori una altro perché mancano pure i posti letto. Quindi, mi auguro che l’attuale Governo completi al più presto quel che ha già cominciato a fare e cioè nuove strutture carcerarie (magari non più in Albania, questa volta, ma direttamente nel nostro paese che di spazio ne abbiamo e risparmiamo pure un bel po’ di soldi)».
Oggi è uno dei volti principali del fronte del Sì al referendum della giustizia. Cosa la convince della riforma?
«È la naturale conseguenza del sistema accusatorio che è un sistema introdotto nella nostra Costituzione sin dal 1989 e quindi lo spauracchio di Berlusconi che poi ci voleva mettere il cappello sopra non c’azzecca nulla. Tale sistema impone che, durante un processo penale, chi fa l’accusatore (il PM) e chi fa il difensore (l’avvocato) devono fare valere le loro ragioni alla pari davanti a chi deve giudicare i fatti (il giudice “terzo” appunto). Ma siccome uno delle due parti processuali (il PM) è fratello di sangue del giudice (perché entrambi fanno lo stesso concorso, la medesima carriera e si giudicano disciplinarmente reciprocamente fra loro) colui che deve essere giudicato ha il timore che tra fratelli (giudice e PM) se la suonino e se la cantino da soli come pare e piace a loro e ciò a prescindere dalla serietà di entrambi».
Cosa risponde a chi le fa notare che con questa riforma non sarebbe stato possibile portare avanti l’inchiesta Mani Pulite?
«Che dice una sciocchezza: ora come allora un’inchiesta come quella che feci io all’epoca di Mani Pulite si può sempre fare perché il magistrato (sia esso giudice che Pubblico Ministero) è e resta pienamente autonomo ed indipendente. Chi va in giro a raccontare il contrario, come ad esempio i signori dell’Anm, dicono il falso. Un vero e proprio raggiro che spero i cittadini alle urne smascherino mettendo una bella croce sul Sì che apparirà sulla scheda elettorale».
Qualche tempo fa ha invitato Gratteri a un confronto pubblico, cosa non la convince delle tesi di Gratteri che sicuramente non possiamo annoverare fra i fan delle correnti visto che non ne ha mai fatto parte di nessuno schieramento interno all’Anm?
«Neanche io ho mai fatto parte delle “correnti” che però esistono eccome esistono all’interno della magistratura (e comandano pure!) e mi fa piacere che neanche Gratteri si sia lasciato attrarre da quel corporativismo teso solo a salvaguardare se stesso. Per Gratteri, pur non conoscendolo personalmente, ho rispetto professionale e stima personale e quindi rispetto la sua scelta anche se non la condivido. La riprova che ho ragione io a votare Sì al referendum e non lui a votare No, ne prenderà atto lo stesso Gratteri quando, dopo il voto referendario, egli potrà continuare a fare allo stesso modo tutto ciò che ha fatto finora, anche se avranno vinto i Sì».
Lei è stato un pioniere nell’uso della tecnologia in politica. Nel 2006 aprì il suo blog, comprò un’isola su second life dove piantò la bandiera del suo partito e il 12 luglio tenne la prima conferenza stampa ufficiale di un partito sulla piattaforma. Aveva qualcuno che la consigliava o si era accorto da solo delle potenzialità delle nuove tecnologie?
«Il merito di quell’esperienza non va ascritto a me che ne sono stato solo l’utilizzatore ma al compianto Roberto Casaleggio e ai suoi ragazzi che erano dei formidabili pionieri dell’informatica applicata alla comunicazione politica. Beppe Grillo (a cui va il mio caro saluto) ne sa qualcosa».
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