Critiche a Solomon perché israeliano. I ProPal si "aggrappano" al campo
Èantisemitismo. Contestare Manor Solomon perché israeliano, quindi ebreo, è odioso. È come appiccicare una stella gialla sulla maglia viola della Fiorentina che l’ha ingaggiato. È come se agli acquisti e alla formazione toscana ci pensasse Muhammad Hannoun. Tanto, le bandiere, palestinesi magari con un tocco di Hamas, pare sia competenza dell’assessore ProPal di Sesto Fiorentino autore della messinscena, Jacopo Madau, dirigente di Sinistra Italiana, che sui propri canali ha scritto parole nette: Solomon non sarebbe «benvenuto» a Firenze perché colpevole, a suo giudizio, di aver sostenuto politiche «genocidarie». Prima la partita di Udine tra Italia e Israele; poi il basket a Bologna contro la squadra del Maccabi di Tel Aviv; ora il vento antiebraico soffia in modo clamoroso a Firenze. Non si contesta più la squadra avversaria, ma il calciatore appena arrivata a tentare di rinforzare una squadra paurosamente inclinata verso la serie B. Ma il comunista esibizionista se ne frega e istiga la tifoseria a pretendere la cacciata di Solomon. Dovrebbero applaudirlo, pretendono di fischiarlo per la sua provenienza. Dal fiume al mare, ma passando per lo stadio: lo Stato ebraico va cancellato, alla fine sempre là stanno, persino in curva.
Solomon arriva a Firenze con un curriculum noto: talento precoce, buone stagioni in Inghilterra, una carriera frenata da infortuni seri, una parentesi opaca al Villarreal, e ora la scommessa italiana. Però è israeliano. Però è ebreo. Se scende in campo scatta l’antisemitismo. È odio contro l’identità altrui. Vaneggiano.
Una volta si buttava tutto in caciara, ora in politica. Ovvio che all’assessore di sinistra italiana, magari Fratoianni lo premierà per l’eroica presa di posizione, rispondano gli esponenti di destra che non accettano di farsi intimidire. Dal centrodestra non mancano certe le critiche serrate al ProPal travestito da assessore. A scatenare l’incendiario di Sesto Fiorentino le prese di posizione pubbliche che Solomon ha espresso sul conflitto a Gaza in difesa del proprio Paese e del suo governo. Tanto è bastato. Evidentemente è vietato. Eppure Solomon non è un ministro, non è un generale, non è un decisore politico. È un calciatore che arriva a Firenze per giocare a calcio. Con il “difetto” di parlare del suo Paese. È la pretesa di negare la propria identità ciò che fa rabbia. Ora la purezza della razza alloggia a sinistra, pare di capire. Ma le partite si giocano ancora in un campo di calcio o si devono disputare in un campo di concentramento con agli angoli bandierine con falce e martello?
«Non è il benvenuto», ha scritto sui social il compagno Madau, che è appunto assessore e quindi carica istituzionale che getta alle ortiche. Via gli ebrei dal ristorante di Napoli, via il turista israeliano dalla stazione di Milano, via la coppia americana ebraica da Venezia, vandali in azione contro il cimitero che sta a Monteverde. Ora via il centrocampista da Firenze. Ma che paese sta diventando l’Italia se succedono sempre più frequentemente episodi del genere? Il caso Solomon dimostra semmai che il calcio è solo l’ennesimo pretesto per la gazzarra antisemita. E proprio a Firenze non ha mancato di far sentire la sua voce Marco Carrai: di parole «gravissime» ha parlato quello che è il console onorario d’Israele per Toscana, Emilia Romagna e Lombardia. Che ha aggiunto: «Per fortuna Firenze, città di pace e di accoglienza, ha valori universali più grandi di queste disgustose parole, chi parla di pace e dichiara non gradite le persone, è al pari, in linea di pensiero, di coloro che spingevano nei forni crematori gli ebrei ritenendosi innocenti e con la coscienza pulita solo perché avevano ricevuto l’ordine di farlo». «Mi auguro che tutti, nessuno escluso, prendano le distanze da queste inumane parole, foriere di odio», ha concluso Carrai. «La porti un bacione a Firenze», si cantava un tempo. Ora l’amore che caratterizzava una città straordinaria pretende di trasformarla in Capitale dell’intolleranza. Fermateli. Fermatevi.
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