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Pierluigi Bersani si ricicla attore: prete, panettiere e rider in un film

Claudio Querques

C’è chi comincia la carriera da attore e poi finisce in politica. Una lista lunghissima, uno su tutti: il presidente ucraino Zelensky. E c’è chi percorre la strada inversa. A questa categoria si è iscritto con l’entusiasmo del neofita Pierluigi Bersani protagonista di un cortometraggio di 18 minuti. Sarà cameriere, prete, rider, ricoprirà 7 ruoli, tranne quello che svolge da molti anni, meglio dire da sempre. Per uno che si era messo in testa di smacchiare il giaguaro finire sotto i riflettori di un set è uno strano destino. Un po’ come pettinare le bambole - altra iperbole che gli appartiene - ingannare il tempo che gli avanza da parlamentare di lunghissimo corso.

Ma ciak ora si girà: Bersani sarà la metafora di se stesso, cassiere di un supermercato, giocatore di bocce, testimonial su un manifesto consumista, fruttivendolo. Tutto quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Si è ritagliato tanti mestieri in commedia che si sommano l’uno all’altro così lontani e diversi dai ruoli che si è lasciato alle spalle: presidente della Regione Emilia-Romagna, fondatore e segretario del partito democratico, ex ministro dello Sviluppo economico del governo Prodi.

 

Uno che non vuole prendersi troppo sul serio, Bersani. Che ha motivato questa sua vocazione senile dicendo che in fondo «l’ironia è uno strumento di salute mentale», un antidoto «alla solitudine». Interpreterà la parte di «poveri cristi» perché in fondo anche lui è «il figlio di un meccanico» e «per fare politica bisogna essere normali». Tanto «normale» però – diciamolo - Bersani non è. Se si pensa al suo percorso politico, all’identità sfuggente di certi ex comunisti, fanatici dell’appartenenza, accecati dall’ortodossia. Per dire quanto i tempi per la Sinistra ora siano cambiati a 72 anni suonati l’onorevole di Bettole (Piacenza) s’è messo in gioco conciato da figurante per «raccontare l’Italia di oggi». Cedendo alle richieste del suo amico Andrea Satta, anch’egli attore ma soprattutto il pediatra che ha in cura un migliaio di bambini e che avrà il ruolo del protagonista, un accumulatore seriale di «coupon».

 

Il titolo del corto, ambientato in una Roma ferragostana, è appunto «Coupon, il film della felicità»; il regista è Agostino Ferrente; nel cast c’è anche Milena Vukotic, 83 anni, attrice vera, che ha lavorato con Luis Bunuel, vincitrice di un Nastro d’Argento e 3 volte candidata al David di Donatello. Ne deve fare di strada, però, Bersani. Ma prima ancora di averlo visto all’opera – debutterà il prossimo 29 novembre al 41° Torino Film Festival - qualcosa già si può dire. E cioè che l’esperimento sembrerebbe abbastanza riuscito.

Travestito da salumiere, con il clergyman del parroco impegnato in una bocciofila, la parrucca bionda, i baffi e il pizzetto, gli occhiali anni ’70, la canotta che spunta da sotto o il rider semi-muto che dice una sola battuta («Mi ha quasi messo sotto un Suv»), l’ex ministro è abbastanza credibile. Il tratto comune è quell’espressione facciale a volte severa altra più rilassata ma comunque umana. Non esattamente la stessa che si respira certi giorni in Transatlantico o in qualche rissoso talk-show. Verrebbe quasi da chiedersi se non era forse quella la strada da intraprendere prima. Ma questa è un altro discorso. E ormai è troppo tardi.