l'editoriale di capezzone
Dai, Bonelli e Fratoianni, fateci sognare: dopo Soumahoro e la Salis, pure Sigfrido!
C’è già aria di festa a Testaccio, e non solo per i panini vegani e i dibattiti sulle primarie del campo (minato ma) largo. Segnatevi la data. Mercoledì 9 settembre, alla terza edizione di «Terra!», la kermesse di Alleanza Verdi Sinistra, ci sarà l’apparizione di Sigfrido Ranucci, ormai madonna pellegrina (laica), in perenne ostensione di se stesso e della sua camicia coattamente sbottonata.
Ufficialmente sarà lì per presentare il suo libro. Ufficiosamente, chissà. Mimmo Lucano, eurodeputato e altro gran fenomeno rossoverde, già non sta più nella pelle: «Non so se Avs lo candida, ma io spero che prima o poi lo farà». Il resto è silenzio (per ora) di Bonelli e Fratoianni, che precisano: «Viene solo per il libro». Certo. Come no.
E allora, signori, sogniamo ad occhi aperti. Perché se c’è una cosa in cui Avs eccelle, è l’arte di trasformare le liste elettorali in un saggio di antropologia applicata. Prima Aboubakar Soumahoro, il sindacalista delle cooperative che doveva incarnare l’accoglienza efinì per incarnare un’altra cosa. Poi Ilaria Salis, eletta europarlamentare in quanto gran madrina morale di tutte le okkupazioni.
E adesso? Perché non alzare l’asticella e offrire all’Italia l’Onorevole Sigfrido? Immaginatelo. Il conduttore di Report, l’eroe civile per definizione, aura di vittima intoccabile, pubblico già fidelizzato. Non serve nemmeno costruire il personaggio: lo hanno già fatto le piazze e le intercettazioni. Basta infilarlo in un listino e lasciare che la magia operi. «Sarebbe un onore condividere battaglie con un uomo come lui», dice Lucano. E chi siamo noi per contraddirlo?
E poi perché fermarsi ai dettagli pratici, tipo il fatto che alle elezioni manca ancora un po’ di tempo? La sinistra radicale ha sempre preferito il mito alla prosa.
Soumahoro doveva essere il volto dell’integrazione felice. Salis quello della resistenza europea. Ranucci sarebbe il pezzo forte, un po’ inchiestista e un po’ Manuel Fantoni.
Lui, diversamente dal personaggio del film di Verdone, non si è imbarcato su un cargo battente bandiera liberiana. Magari ha fatto qualche pasticcio (o lo ha subìto, come allo stato dobbiamo ritenere) con Valterino e i suoi cari, quel tipino raffinato di Gomes Tavares o come si chiama. Ma la storia c’è. C’è pure l’aroma inconfondibile delle vongole, rigorosamente sgusciate.
Dai, Bonelli e Fratoianni, non fateci aspettare. Avete già dimostrato di saper scegliere i simboli giusti. Il campo largo (o quel che ne resta) se lo merita. E il pueblo? Beh, sognerà. O almeno riderà. Che, infondo, è lo stesso.
Il 9 settembre a Testaccio si presenterà un libro. O forse, chissà, si aprirà un nuovo capitolo. Noi, da qui, applaudiamo già.
Non per convinzione. Per puro, disinteressato, sarcastico divertimento.