Sigfrido, presto i compagni ti tratteranno come Soumahoro, fingendo di non conoscerti
Ahi ahi Sigfrido, viene giù tutto. Spiace ma, come ti ha già fatto notare una delle tue vittime televisive, l’ex senatore Stefano Esposito, adesso rischi di sperimentare sulla tua pelle il metodo che hai sistematicamente adottato verso troppi altri.
Noi, qui a Il Tempo, siamo e restiamo avversari leali. Da noi, niente finta amicizia e niente colpi bassi. Solo informazione, dissenso pressoché totale, e battaglia di idee (per chi le ha e le ama).
Per il resto, e qui passo da te al «mondo» che ti ha idolatrato in questi anni, direi che tu stesso finirai per fare più tenerezza che rabbia.
Starei per dire - non offenderti - che «Sigfrido» non esiste: o esiste più che altro come nome di una «cosa», di un’«entità» connaturata all’attuale sinistra.
Si tratta della ben nota tecnica della creazione delle «figurine», cioè di soggetti che servono in quanto entità esponenziali di una campagna, come simboli, come bandiere da far sventolare (di volta in volta: green, immigrazioniste, e così via). Nel tuo caso, come icona del mitico «giornalismo d’inchiesta» (purché a senso unico). Finché va bene, c’è gloria per tutti. Quando va male, si ammaina la bandiera e se ne tira su un’altra.
Si pensi alla mirabolante ascesa e alla successiva rovinosa caduta di Soumahoro. Lì Lavitola non c’entrava, non era mica lui l’aspirante spin doctor.
Soumahoro fu inventato come eroe della lotta contro il caporalato. Fu sparato in copertina da «L’Espresso» allora diretto da Marco Damilano: prima pagina divisa in due, foto di Soumahoro e foto di Salvini, e titolo disumanizzante (per Salvini), «Uomini e no». Poi seguirono mesi di trasmissioni tv in cui Soumahoro veniva portato in processione: tra i turiferari più attivi, c’erano ancora Damilano, Fabio Fazio e Diego Bianchi. Indimenticabile la scenetta in cui (al Festival del giornalismo di Perugia del 2019) Bianchi mormorò, mentre scattava un selfie con Damilano e Soumahoro davanti a una platea in visibilio: «La costruzione di una leadership è difficilissima».
Era la fase gloriosa di Soumahoro, che fu poi portato in Parlamento da Fratoianni&Bonelli, con tanto di ingresso trionfale con ai piedi un paio di stivali. E qui seguì un’altra ondata di ospitate televisive (Fazio su tutti), polemiche in Aula con Giorgia Meloni, una parabola ascendente che pareva inarrestabile.
Poi – ahilui – sono venuti i giorni cupi: con le spiacevolissime indagini a carico di suocera e moglie ma soprattutto con una verticale perdita di credibilità, abbinata a memorabili gaffes (il diritto all’eleganza teorizzato a favore della moglie).
E allora che successe? Oplà, di colpo i padrini mediatici lo mollarono: Damilano in silenzio, Bianchi lo scaricò brutalmente lasciando intendere che Soumahoro aveva incontrato pure il Papa. Come a dire: se lo aveva ritenuto credibile Bergoglio, non potete prendervela con una trasmissione tv. Sic transit gloria mundi: stracciata una figurina, avanti con la prossima.
Il resto lo sapete già: oggi l’onorevole stivalato siede nel gruppo misto, abbandonato da tutti. Manca solo che chi allora lo incensava oggi mormori: «Soumahoro chì».
Occhio, Sigfrido, potrebbe capitare anche a te.
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