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Né Ranucci, né ranucciani, né ranuccismi
Oggi Il Tempo vi propone quattro documenti di notevolissima importanza. Il primo è una rassegna di «grandi inchieste» di Report finite nel nulla, tra assoluzioni e feroci sputtanamenti di persone e aziende.
REPORTOPOLI Stipendi faraonici e spese inimmaginabili: quanto ci costa la trasmissione di Ranucci - Esclusivo
— IL TEMPO (@tempoweb) August 17, 2026
Il manifesto No Tav per una nuova struttura clandestina
Jason Arday vittima sacrificale del progressismo
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Il secondo è un elenco di tutto ciò che Sigfrido Ranucci ancora nasconde sul suo rapporto con Valter Lavitola, tra ombre e omissioni. E sarebbe il caso di chiedergliene conto in ogni sede, mediatica e giudiziaria. Il Tempo lo fa oggi, e non smetteremo, ribadendo a Ranucci (qui siamo liberali, mica siamo a Report) l'offerta di una tribuna per spiegarsi, sotto forma di intervista o di lettera al nostro giornale.
Il terzo è un’intervista a Stefano Esposito, già senatore del Pd, un uomo che ha vissuto sulla sua pelle il «metodo Report», e si è sentito addosso lo stigma del sospetto, in una caccia mediatica che addirittura anticipava quella giudiziaria. Poi, dopo troppo tempo e molta sofferenza, tutto è passato: ma le cicatrici restano. Altro che «giornalismo d’inchiesta»: in quel modo si gioca con la vita delle persone, la loro dignità, il loro onore. Possibile che nell’Italia del 2026 questi beni abbiano così poco valore?
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Il quarto documento, che trovate in apertura di questa prima pagina, vi farà mettere le mani nei capelli: si tratta di un prospetto degli stipendi faraonici e dei costi elevatissimi del «sistema Report». Guardate le cifre e giudicate voi stessi. Anche perché, non dimentichiamolo mai, si tratta di soldi nostri. Come si spiega questo fiume di risorse? Come si motiva un tale spreco? E come si giustifica la mancanza di trasparenza per cui solo Il Tempo è riuscito a svelare queste informazioni?
Per queste e molte altre ragioni, siamo in molti a sperare non solo di non rivedere Sigfrido Ranucci alla guida di Report, ma neanche altri «ranucciani», in nome di quel «ranuccismo» che è diventato il marchio di fabbrica del programma: orientamento monoculturale, giornalismo a tesi (anzi, a teorema), allusioni, assenza di contraddittorio, annullamento delle possibilità di replica, intreccio opaco con l’azione di alcune procure, esperti e «consulenti» a cavallo tra ambienti giudiziari e giornalismo.
È bene dirlo con chiarezza. A nostro avviso, questo metodo non ha nulla a che vedere con i compiti di un servizio pubblico che dovrebbe in primo luogo ispirarsi ai criteri di correttezza e completezza dell’informazione.