il commento del vice-direttore
Compagni di silenzio. Se la sinistra assolve i violenti con il solito doppio standard
La sinistra italiana ha un problema con la violenza. Non quella degli avversari, che condanna con una velocità degna della fibra ottica. Quella dei «suoi». Lì la connessione improvvisamente cade. Arrivano i distinguo, le sfumature, le analisi sociologiche, le cause profonde. Insomma, tutto tranne la parola più semplice del vocabolario: condanna. Dopo Bologna, ecco la Val di Susa. Bombe carta, razzi, pietre, assalti alle forze dell'ordine. Agenti feriti. Il solito copione che si ripete da anni. E il solito silenzio che gli fa da colonna sonora. Perché, quando la guerriglia ha il bollino «No Tav», per una parte della sinistra diventa improvvisamente un fenomeno complesso. Guai a chiamarla violenza politica. Guai a prendere le distanze senza aggiungere un «però». È una malattia antica. Si chiama doppio standard. Se quattro di destra spostano una transenna, scatta l'allarme democratico, i talk show vanno in edizione straordinaria e parte la caccia al rigurgito fascista. Se invece decine di incappucciati prendono a sassate la polizia, ecco che diventano «manifestanti», «attivisti», «territorio che esprime un disagio». Le pietre cambiano nome a seconda di chi le lancia.
Il punto è che la sinistra non riesce a rompere il cordone ombelicale con un certo estremismo. Troppi anni passati a coccolare i centri sociali, a considerare ogni corteo un sacramento laico, a trasformare chi indossa una divisa nel simbolo del potere da abbattere. Così oggi resta prigioniera delle proprie ambiguità. Condannare davvero significherebbe scontentare un pezzo della propria tifoseria. E a meno di un anno dalle elezioni non sarebbe un grande affare. Allora meglio il silenzio. O qualche dichiarazione talmente equilibrata da sembrare partorita dal bilancino del farmacista.
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Eppure la domanda è banale: da che parte state? Con chi lancia bombe carta o con chi le prende addosso? Con chi incendia un cantiere o con chi cerca di evitare che la protesta si trasformi in guerriglia? Non è un quiz di cultura generale, è il minimo sindacale per chi pretende di governare un Paese. La verità è che la violenza non diventa più democratica perché sventola la bandiera rossa. Una spranga resta una spranga. Una pietra resta una pietra. Un poliziotto ferito resta un servitore dello Stato, non un bersaglio politico. Finché la sinistra continuerà a trovare mille parole per spiegare i violenti e nessuna per isolarli, il sospetto resterà inevitabile: più che una difficoltà a condannare, c'è la paura di rompere con un mondo che, in fondo, considera ancora parte della famiglia. E in politica, si sa, i parenti imbarazzanti spesso non si cacciano di casa. Si invita semplicemente la stampa a non notarli.