il commento
Modena, altro che follia di un’auto che “si guida da sola”. Noi oggetto dell’odio di chi abbiamo accolto
Come c'era da aspettarsi nelle reazioni all'attacco jihadista di Modena abbiamo rinvenuto tutti i pattern che siamo abituati a vedere in questi casi. L'auto che "piomba" sulla folla come fosse animata di vita propria, il disagio psichico dell'attentatore, diagnosticato in presa diretta. Il primo riflesso di parte del mondo politico e dell'informazione è ricorrere alla formula dello "squilibrato". Perché se si tratta del gesto di un pazzo, non è terrorismo. E se non è terrorismo, allora non è un problema di integrazione e le politiche immigrazioniste vengono automaticamente scagionate. Ma il fatto che non siano emersi legami di Salim el Koudri con le note sigle del jihadismo non significa che si possa ignorare la matrice del suo attacco. L'auto lanciata ad alta velocità contro i passanti è ormai un protocollo distintivo degli attacchi jihadisti nel nostro continente. Né sarebbe una novità la radicalizzazione individuale, di cui la frase «bastardi cristiani di m... voi e il vostro Gesù Cristo in croce, lo brucio» è almeno un indizio.
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Sono decine i cosiddetti lupi solitari. Siamo oggetto, come italiani e occidentali, dell'odio e del razzismo di chi abbiamo accolto, eppure tendiamo a giustificare o comprendere incolpando noi stessi di un presunto razzismo. In questo caso specifico, due elementi – italiano e laureato – vengono sottolineati per avvalorare la tesi del gesto di follia che nulla avrebbe a che vedere con fattori religiosi e culturali. Proprio questi due elementi confermano una realtà davanti ai nostri occhi: non basta essere nato in Italia (ius soli), né un pezzo di carta, per essere «integrato». Insomma, pur in presenza di tutti gli ingredienti, secondo alcuni, per una integrazione di successo, siamo di fronte a un fallimento. Questo perché l'integrazione è qualcosa di più profondo e complesso e non può prescindere dalla volontà del singolo e dalle radici culturali, rispetto alle quali le nostre politiche di "inclusione" risultano pressoché ininfluenti, se non dannose. L'odio delle seconde generazioni di nordafricani è una realtà. Sono ancora più "inintegrabili" delle prime. Pur nati qui, sono privi dello spirito di sacrificio e adattamento dei loro genitori, giunti in Europa venti o trent'anni fa e cresciuti in società arabe molto più laiche e meno islamizzate di quelle di oggi. Poco importa che non si tratti di musulmani modello, o che non siano reclutati dall'Isis. Dell'islamismo hanno interiorizzato l'odio per l'Occidente, le sue regole, i suoi valori.
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Oltre agli attentati e alle feroci aggressioni, il problema è l'influenza politica crescente delle comunità islamiche, la vediamo in azione in altri Paesi europei, per cui una cultura incompatibile con la nostra viene prima tollerata, poi accettata come nuova normalità. Parlare di politiche di remigrazione non può essere un tabù. Non basta contrastare e disincentivare gli arrivi, occorre un sistema di disincentivi alla permanenza e incentivi al ritorno nei paesi di origine. A partire, ovviamente, dalla revoca di qualsiasi titolo di soggiorno in Italia di chiunque compia reati o illeciti – anche fiscali. Né sarebbe uno scandalo aiutare quei migranti che per qualsiasi motivo vivono in condizioni di disagio a ritornare nei loro Paesi. Chi pensa che certi discorsi siano divisivi, non ha ancora visto niente. Se non faremo nulla oggi, dovremo prepararci ad una società molto più divisa e violenta domani.