l’editoriale di Capezzone

Capezzone: la “baby-gang” grillina non ci mette paura. Li abbiamo incastrati, se hanno dignità si dimettano

Daniele Capezzone

Verso le sei di ieri pomeriggio, neanche fossero una baby-gang, i grillini hanno provato a circondarci e ad aggredirci verbalmente. Vi racconta tutto il nostro Gaetano Mineo: loro, presi con le mani nel sacco, non spiegano nulla, e sparacchiano a vanvera contro Il Tempo, per intimidirci, e contro la Presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo, chiamandola «bulla». «Bulla» lei? Bulletti loro, semmai. Poverini, non spiegano nulla, anche perché le loro posizioni sono indifendibili. Ma cascano male, anzi malissimo, perché oggi Il Tempo, alla terza puntata della nostra inchiesta, li incastra definitivamente. Leggetelo bene il pezzo del collega Mineo. Non bastavano gli incredibili insulti verso i familiari di Paolo Borsellino che vi abbiamo raccontato nei giorni scorsi. Non bastava la sgradevole sensazione che un’audizione in Commissione Antimafia (quella di Gioacchino Natoli) fosse stata affettuosamente preparata con un parlamentare membro di quell’organo, il neogrillino Roberto Scarpinato, già collega di Natoli. Ora emerge anche di più: in un passaggio confuso della conversazione tra Natoli e Scarpinato, viene chiamato in causa Federico Cafiero de Raho (altro neogrillino, a sua volta membro della Commissione), e si parla in modo opaco e criptico della iscrizione (o non iscrizione) di qualcuno nel registro degli indagati, trasmettendo la sensazione di una giustizia che funziona come un tiro di dadi. Incredibile ma purtroppo tutto vero, amici lettori.

 

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Eccoli qui i fenomeni di una certa antimafia, i pm egli ex pm dell’antiberlusconismo antico e dell’antimelonismo moderno, celebrati un tempo dai Michele Santoro e oggi dai Sigfrido Ranucci, inseguitori di piste nere (farlocche), esegeti di complotti (inesistenti), in pubblico sempre dall’aspetto severo, ieratico, sacerdotale, sacrale. Poi però escono su Il Tempo le loro intercettazioni e viene fuori (quanto alla forma) un linguaggio da osteria, offese grevi e sgraziate contro i familiari di Paolo Borsellino, toni sprezzanti verso la Presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo, e (quanto alla sostanza) un mix di fastidio e panico per l’inchiesta «mafia e appalti», che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino volevano portare avanti e troppi altri brigavano invece per affossare.

 

 

E il loro nervosismo si capisce bene. Dalle rivelazioni del nostro giornale viene fuori ciò che molti di loro avevano nel cuore su Falcone e Borsellino: omaggi rituali, ma dissenso (o peggio) verso una parte essenziale dell’attività investigativa di quei due giganti. E viene fuori anche una certa ipocrisia, perché l’inchiesta coraggiosa del procuratore De Luca a Caltanissetta e il lavoro della Commissione Antimafia hanno portato alla luce comportamenti opachi di non pochi magistrati e soprattutto un lavorio incessante per tumulare il dossier «mafia e appalti». Li abbiamo incastrati. Se hanno ancora un minimo di coraggio e dignità, possono fare una sola cosa: dimettersi da una Commissione della quale non meritano di essere membri.