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Un patto chiaro con gli elettori per l'ultimo anno di governo

Il termine del mandato è il momento giusto per stabilire poche ma percepibili priorità e mostrarle ai cittadini. L'esecutivo ha davanti a sé l'arduo compito di raccontare cosa ha realizzato A fine legislatura la sfida è riuscire a comunicare meno ma in modo più efficace

LUIGI DI GREGORIO
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Afine mandato, praticamente ogni governo sente di aver comunicato poco e male ciò che ha realizzato. È successo a Berlusconi, che girava per gli studi televisivi con un cartellone pieno di riforme. È successo a Matteo Renzi. Insomma, è accaduto anche a due leader considerati ottimi comunicatori. Perché?
Intanto perché comunicare, quando sei al governo, è difficile. Devi spiegare cosa hai fatto, con il rischio di essere prolissi, tecnici e di annoiare. Devi decidere, scegliere una direzione, mentre l’opposizione può limitarsi a protestare e ad accomodarsi sui tanti «no». Devi fare i conti con due leggi ferree dei media. La prima: no news, good news. Le criticità e i problemi fanno notizia molto più di una novità positiva. La seconda: le cose importanti non sono quasi mai interessanti per l’opinione pubblica. Per queste ragioni, spesso chi governa si fa prendere dall’ansia di comunicare di più nei mesi finali. Più interviste, più conferenze stampa, più post, più dichiarazioni. Ma è un errore. In realtà occorre comunicare meno, ma meglio. L’eccesso di messaggi non produce chiarezza. Produce caos informativo e rumore.
Oggi siamo tutti, in qualche modo, "emittenti pubblici".


Proprio per questo la risorsa scarsa non è la comunicazione, ma l’attenzione. Se, come sostiene Jim Messina, i cittadini americani dedicano all’informazione politica quattro minuti a settimana (!), allora il punto non è quanto comunichi, ma come riesci a farti ascoltare. Bisogna catturare l’attenzione, arrivare alle emozioni, semplificare senza banalizzare, possibilmente personalizzare il messaggio. Occorre meritarsi quello spazio mentale minimo che l’elettore è disposto a concedere. Per tali ragioni, nell’ultimo anno, al governo non serve una comunicazione abbondante. Serve una comunicazione percepibile e memorabile. La prima cosa da fare, allora, è cambiare approccio e impostare la comunicazione di fine legislatura su un principio semplice, per quanto non facile da realizzare: show, don’t tell. Tradotto: non raccontarmi il provvedimento, mostrami il cambiamento. Non sommergermi con la quantità delle norme approvate, fammi vedere l’effetto che producono. Su questo ogni governo ha potenzialmente un vantaggio: non deve promettere o protestare, può mostrare. Può accumulare prove visive, esperienze concrete ed effetti percepibili. Però serve una svolta di metodo, perché comunicare non significa rendicontare.


È bene avere strutture che monitorano l’attuazione del programma, raccolgono dati, pubblicano focus, ricostruiscono il quadro normativo e le cifre stanziate. Ma un "deposito" delle prove non coincide con la loro comunicazione. La rendicontazione serve, se va bene, a parlare con gli stakeholder. La comunicazione serve a parlare a tutti. Se si continua a produrre prevalentemente la prima, sarà materiale che nessuno vede, nessuno ricorda e nessuno trasforma in giudizio politico.


Come ho scritto giorni fa, il PNRR, per esempio, finora è stato raccontato con cifre, milestones, rimodulazione e rate ottenute. Tutte cose necessarie, ma politicamente fredde, anzi gelide. Dalla prospettiva del cittadino, il PNRR non è un insieme di fondi europei. È una scuola che apre, una nuova stazione, un ponte che collega due territori, un pronto soccorso ammodernato. È quello che deve percepire. Come Giorgia Meloni ha fatto un tour delle regioni su PNRR e fondi di coesione, così quelle stesse regioni devono contribuire a mostrare ciò che è cambiato grazie a quei fondi.


Lo stesso vale per l’economia quotidiana e il costo della vita. «Abbiamo stanziato X miliardi» non significa nulla se il cittadino non vede e non sente l’effetto. Mostrami quanto pagavo prima e quanto pago oggi. È l’unico modo per far breccia nel rumore di fondo dell’ecosistema mediatico contemporaneo. Pensiamoci. Quale azienda promuove il suo prodotto dicendo «abbiamo stanziato X miliardi per realizzarlo»? Nessuna. Le aziende fanno marketing – cioè prima di tutto ricerca – partendo dal destinatario, dalla cosiddetta «buyer personas». La politica dovrebbe fare lo stesso e identificare alcune «voter personas», elettori-tipo, per capire come entrare nei loro radar percettivi. Queste persone sono target che derivano dall’analisi dei dati, a partire, ovviamente, da quelli recenti, legati al referendum costituzionale.
Facciamo qualche esempio di scuola. Primo target: elettore adulto "schiacciato" tra figli, lavoro e genitori anziani. Persone che vogliono capire in pochi secondi se la loro vita diventerà un po’ meno faticosa grazie alle decisioni del governo. Per loro la frase «abbiamo stanziato risorse per l’abbattimento delle liste d’attesa» non vuol dire nulla. A queste persone interessa vedere un servizio più semplice, meno tempo perso e meno ostacoli burocratici. Secondo target: elettore moderato pragmatico, non ideologico e tendenzialmente fluttuante. Non vive la politica come appartenenza affettiva e non cerca il pathos permanente della sua curva. Cerca stabilità, serietà e gerarchia delle priorità. Anche per lui/lei il racconto delle cose fatte deve essere visibile. Deve avere la sensazione che qualcuno abbia una rotta chiara e che la mantenga.


C’è poi l’elettore identitario di centrodestra, che da Meloni si aspetta prima di tutto riconoscibilità e coerenza. Vuole vedere una leader che resta se stessa e non perde la sua autenticità in una gestione senz’anima. Ma anche per questo pubblico l’identità deve essere tangibile e la coerenza va nutrita di prove. La leader non solo come figura che combatte, ma come figura che protegge e che consegna policy coerenti, dalla sicurezza all’immigrazione, alla tutela economica.


Infine, il giovane adulto, non ostile ideologicamente, ma semplicemente distante. Studia o ha un lavoro precario, fatica a immaginare una casa di proprietà e una stabilità lavorativa. Anche in questo caso non serve parlare di «riduzione delle aliquote» o di «politiche per l’housing sociale», ma «ecco di quanto migliorerà il tuo stipendio netto» ed «ecco come puoi pagare meno la tua casa».
Dopo aver impostato in tal modo la comunicazione delle cose fatte, si può aggiungere un patto di fine legislatura con gli elettori, per la ripartenza. Non un cronoprogramma fitto, pieno di scadenze e passaggi burocratici. Un mini-programma politico, cioè una gerarchia pubblica delle priorità. Poche cose, in tempi chiari. Tre o quattro priorità, misurabili, che tocchino la vita quotidiana degli italiani.
Il patto, dunque, ha senso solo se si poggia su una comunicazione già riorganizzata secondo il modello show, don’t tell. Mentre mi mostri ciò che hai già fatto, mi dici su che cosa vuoi essere giudicato nei mesi che restano.


Mentre rendi tangibile il percorso, ordini le priorità. Mentre mi fai vedere le prove, chiedi fiducia sul cammino finale. Sotto questo profilo, il patto con gli elettori spingerebbe il governo a fare un passo importante, che non è mai riuscito ai governi precedenti: scegliere poche priorità, dirle in modo chiaro, mostrarne gli effetti. In altre parole, assumere la prospettiva dei cittadini, partendo dalla loro dieta mediatica e dai loro bisogni informativi. Governare significa affrontare una quantità enorme di dossier, problemi, emergenze e mediazioni, per cui è giusto che un governo faccia mille cose. Ma non può pretendere che gli elettori ne percepiscano e ne ricordino altrettante. Non funziona così. La mente umana seleziona, semplifica e gerarchizza. E, nell’ecosistema mediatico saturo di oggi, lo fa ancora più brutalmente.
La buona comunicazione, quindi, non coincide con il racconto integrale dell’azione di governo. Coincide con una selezione intelligente, con una gerarchia leggibile, con una narrazione coerente e con una dimostrazione efficace di ciò che conta di più nella vita dei cittadini.
A fine mandato non conta quante cose hai fatto. Contano due fattori: quante cose sono riuscite a bucare la coltre di rumore e a depositarsi nella mente dei cittadini, e la sensazione complessiva di credibilità e di fiducia della leadership

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