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Capezzone: la palude ovvero come evitare di entrarci

Daniele Capezzone
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Ma perché, da giorni, Il Tempo parla di «palude»? Perché esiste (senza bisogno di chissà quali «regie») una speranza che circola da settimane nei palazzi romani: un governo indebolito e costretto a un anno sulla difensiva, e come conseguenza – ecco a cosa si punta – non una vittoria piena della sinistra nel 2027, quello sarebbe francamente troppo da ottenere, ma un pareggio-pantano. Gli inglesi parlano di «hung parliament», di parlamento sospeso in quanto privo di maggioranza.
A quel punto il film lo immaginate già: estenuanti consultazioni al Colle, tentativi a vuoto, e poi l’inevitabile governo semi-tecnico, con il Pd che rientrerebbe dietro il paravento dei «professori». In quel clima, nel 2029, avverrebbe anche la scelta del prossimo Presidente della Repubblica: escludendo, inutile dirlo, qualunque candidato di centrodestra. 
Giorgia Meloni è la naturale avversaria di questo scenario. Ieri ha reagito da leonessa, iniziando a mettere ordine nel governo. Ora è il momento di una riflessione strategica. Silvio Berlusconi si trovò diverse volte in momenti simili: sbagliò, a mio modesto avviso, quando accettò quelle logiche (nel 2011, con il sì al governo Monti), e invece diede il meglio di sé quando combatté dando vigore al suo popolo, rilanciando, cercando di determinare una scossa emotiva.
E allora eccoci al «che fare», tema su cui già ieri questo giornale ha abbozzato alcune proposte. Primo: sicurezza e immigrazione. È lì che la sinistra va totalmente contromano, ed è lì che sta la maggiore (e fondatissima) paura degli italiani. Secondo: taglio di tasse per il ceto medio. Finora, anche comprensibilmente, si è pensato alle fasce più deboli. Ma adesso il governo deve occuparsi anche dei propri elettori, del popolo dei 50mila euro lordi annui (e oltre), di quelle partite Iva che (dall’estate a fine anno) diventano povere e schiacciate dalle scadenze fiscali. E gemella di questa operazione sarebbe un’iniziativa sulla contrattazione di secondo livello, territoriale e aziendale, vera carta per tirar su i salari. 
Per fare tutto questo, occorre un contesto di comunicazione minimamente corretto. Sento dire (vero) che il referendum è stato determinato dai giovani che hanno votato No, e si dice (vero anche questo) che questi ragazzi guardano i social. Tutto sacrosanto: ma sui social cosa rimbalza? Cosa fa opinione? I faccioni televisivi, gli spezzoni dei talk-show, le atmosfere create dai media tradizionali. Tutte cose che interagiscono coi social, perché nella comunicazione tutto si intreccia e nulla si distrugge. Accettare un altro anno di tv modello «tre contro uno» su tutti i canali tv sarebbe un suicidio.
Resta poi un tema tutt’altro che laterale: guardare a Nord-Est. Quel pezzo d’Italia possiede gli anticorpi per resistere ai virus dello statalismo e del conformismo su cui verrà costruita la coalizione avversaria. Il centrodestra deve puntare a vincere ovunque, ma una roccaforte c’è e va tutelata.

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