Capezzone: la palude ovvero come evitare di entrarci
Ma perché, da giorni, Il Tempo parla di «palude»? Perché esiste (senza bisogno di chissà quali «regie») una speranza che circola da settimane nei palazzi romani: un governo indebolito e costretto a un anno sulla difensiva, e come conseguenza – ecco a cosa si punta – non una vittoria piena della sinistra nel 2027, quello sarebbe francamente troppo da ottenere, ma un pareggio-pantano. Gli inglesi parlano di «hung parliament», di parlamento sospeso in quanto privo di maggioranza.
A quel punto il film lo immaginate già: estenuanti consultazioni al Colle, tentativi a vuoto, e poi l’inevitabile governo semi-tecnico, con il Pd che rientrerebbe dietro il paravento dei «professori». In quel clima, nel 2029, avverrebbe anche la scelta del prossimo Presidente della Repubblica: escludendo, inutile dirlo, qualunque candidato di centrodestra.
Giorgia Meloni è la naturale avversaria di questo scenario. Ieri ha reagito da leonessa, iniziando a mettere ordine nel governo. Ora è il momento di una riflessione strategica. Silvio Berlusconi si trovò diverse volte in momenti simili: sbagliò, a mio modesto avviso, quando accettò quelle logiche (nel 2011, con il sì al governo Monti), e invece diede il meglio di sé quando combatté dando vigore al suo popolo, rilanciando, cercando di determinare una scossa emotiva.
E allora eccoci al «che fare», tema su cui già ieri questo giornale ha abbozzato alcune proposte. Primo: sicurezza e immigrazione. È lì che la sinistra va totalmente contromano, ed è lì che sta la maggiore (e fondatissima) paura degli italiani. Secondo: taglio di tasse per il ceto medio. Finora, anche comprensibilmente, si è pensato alle fasce più deboli. Ma adesso il governo deve occuparsi anche dei propri elettori, del popolo dei 50mila euro lordi annui (e oltre), di quelle partite Iva che (dall’estate a fine anno) diventano povere e schiacciate dalle scadenze fiscali. E gemella di questa operazione sarebbe un’iniziativa sulla contrattazione di secondo livello, territoriale e aziendale, vera carta per tirar su i salari.
Per fare tutto questo, occorre un contesto di comunicazione minimamente corretto. Sento dire (vero) che il referendum è stato determinato dai giovani che hanno votato No, e si dice (vero anche questo) che questi ragazzi guardano i social. Tutto sacrosanto: ma sui social cosa rimbalza? Cosa fa opinione? I faccioni televisivi, gli spezzoni dei talk-show, le atmosfere create dai media tradizionali. Tutte cose che interagiscono coi social, perché nella comunicazione tutto si intreccia e nulla si distrugge. Accettare un altro anno di tv modello «tre contro uno» su tutti i canali tv sarebbe un suicidio.
Resta poi un tema tutt’altro che laterale: guardare a Nord-Est. Quel pezzo d’Italia possiede gli anticorpi per resistere ai virus dello statalismo e del conformismo su cui verrà costruita la coalizione avversaria. Il centrodestra deve puntare a vincere ovunque, ma una roccaforte c’è e va tutelata.
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